La posta dei lettori

Caro Porro, ho venduto su Vinted: il pacco è sparito, “non esiste più” e nessuno risponde

Storia di una tutela che esiste solo quando tutto va bene: promettono sicurezza e semplicità, poi qualcosa si inceppa

Vinted Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Vendere un oggetto usato online non dovrebbe essere un’avventura. Carichi la foto, metti il prezzo, spedisci. Fine. Almeno in teoria.
A dicembre 2025 metto in vendita su Vinted un oggetto da 155 euro. Tutto regolare: transazione andata a buon fine, spedizione effettuata nei tempi. Il pacco arriva a destinazione, ma l’acquirente non lo ritira. L’ordine viene annullato. Nessuna mia colpa, nessuna irregolarità. A quel punto dovrebbe scattare la procedura di rientro: il bene torna indietro, la vicenda si chiude.

Non succede.

Il limbo: attendere, attendere, attendere

Contatto l’assistenza. Poi la ricontatto. Poi ancora. Le risposte sono intercambiabili: attendere fino a 25 giorni lavorativi, nessuna azione richiesta, stiamo verificando. Nessuno sa dirmi dove si trova fisicamente il mio oggetto. Nessuno mi chiede di fare qualcosa. Nessuno mi propone un’alternativa. Mi viene detto, sostanzialmente, di stare ferma ad aspettare. E così faccio.

Il colpo di scena: la colpa è mia

Dopo settimane arriva la comunicazione definitiva: il bene non è più disponibile. Motivazione ufficiale: non avrei fornito istruzioni per la riconsegna. Il problema è che nessuno me lo aveva mai chiesto in modo esplicito. Nessun canale preciso, nessuna scadenza comunicata, nessuna procedura indicata. Le stesse risposte dell’assistenza mi invitavano ad aspettare. Eppure, il risultato è che il mio oggetto viene trattenuto e destinato — così mi viene riferito — a smaltimento, rivendita o riutilizzo. Senza che io abbia mai avuto una reale possibilità di recuperarlo.

La diffida, il silenzio

Invio una diffida formale. Chiedo il rimborso. Silenzio. Invio un secondo sollecito. Ancora silenzio. Nessuna risposta, nessuna presa di posizione, nessun tentativo di trovare una soluzione. Mi rivolgo al Centro Europeo Consumatori. La vicenda è ancora aperta.

Il vero problema non è l’errore: è quello che succede dopo

I pacchi possono perdersi. Le consegne possono fallire. Nessuno pretende la perfezione. Ma in un sistema che si vende come sicuro e affidabile, la domanda è un’altra: cosa succede quando qualcosa va storto? Nel caso in esame, succede che l’utente non dispone di strumenti reali per intervenire, le informazioni arrivano frammentate e spesso contraddittorie, le responsabilità non vengono mai attribuite con chiarezza, e il rapporto con la piattaforma si interrompe esattamente quando diventa scomodo mantenerlo.

La fiducia è un prodotto, finché conviene venderla

Queste piattaforme non vendono solo un servizio tecnico. Vendono fiducia: nella gestione del pagamento, nella spedizione, nella risoluzione dei problemi. È su questa promessa che si costruisce l’utenza. Ma quella fiducia regge solo quando tutto fila liscio. Appena si rompe qualcosa, emerge l’altra faccia (meno pubblicizzata): il sistema è efficiente, ma non è detto che sia responsabile.

Tre domande restano senza risposta:
1. È normale che un bene venga trattenuto senza che il proprietario sia mai stato messo nelle condizioni reali di recuperarlo?
2. È normale che a una diffida formale non segua alcun riscontro?
3. È normale che l’onere venga scaricato sull’utente dopo settimane di indicazioni — nei fatti — inesistenti?

E alla fine, il risultato è semplice:
un bene sparisce, e nessuno ne risponde.

Lettera firmata

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