Caro Porro,
le scrivo per raccontarle una vicenda che, presa da sola, sembra una sciocchezza. Un diario scolastico. Un diario brutto, peraltro. Ma che secondo me racconta molto bene cosa sta diventando la scuola italiana.
Alla fine dello scorso anno scolastico, ai bambini che frequentavano la terza elementare di un istituto pubblico del IX Municipio di Roma è stato consegnato, come “regalo”, un diario scolastico fornito dalla ditta Serenissima, l’azienda che gestisce il servizio di refezione scolastica. Un omaggio, ci è stato fatto capire. Una di quelle cose che prendi, ringrazi e poi dimentichi in un cassetto. Mia figlia, come ogni anno, ha fatto quello che fanno moltissimi bambini: si è scelta il suo diario per il nuovo anno scolastico. Ne ha comprato uno che le piaceva e ieri, primo giorno di scuola, è arrivata in classe con il suo diario ed è stata ripresa dalle maestre perché avrebbe dovuto portare quello fornito dalla scuola.
Capisce il paradosso? Un oggetto che viene presentato come un regalo diventa improvvisamente un obbligo. Un diario comprato dalla famiglia diventa “non conforme”. E una bambina che semplicemente esercita la libertà di scegliere il proprio diario si ritrova a essere quella che ha sbagliato. Potrebbe sembrare una sciocchezza. Appunto: sembra. Perché il problema non è il diario ma il messaggio che passa.
Il messaggio è: questo è quello che dovete usare perché lo usano tutti. Non importa che sia stato regalato, non importa che una famiglia abbia comprato altro, non importa che il bambino abbia espresso una preferenza. Conta la conformità. Il piccolo episodio del diario diventa qualcosa di molto più interessante: un esempio minuscolo, quotidiano, apparentemente innocuo, del modo in cui si costruisce il conformismo. Naturalmente molte famiglie avranno pensato: “Vabbè, è gratis”. Ma, ammesso che il senso di questa iniziativa sia davvero quello di venire incontro alle famiglie che fanno più fatica a sostenere le spese scolastiche, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui viene concepita questa “giustizia sociale”: per aiutare chi non può permettersi una cosa, dobbiamo necessariamente imporre quella stessa cosa a tutti? Questa non è uguaglianza nelle opportunità ma l’idea che, per evitare che qualcuno abbia meno, sia meglio impedire a tutti di avere di più. Una specie di livellamento verso il basso: non mettiamo il bambino meno abbiente nelle condizioni di avere quello che gli serve, ma facciamo in modo che nessuno possa scegliere qualcosa di diverso. Il sacrosanto principio della solidarietà rischia di trasformarsi in quello della uniformità. Non aiutiamo chi ha meno: facciamo diventare il “meno” la misura di tutti.
E naturalmente nulla è davvero “gratis” quando si tratta di un’iniziativa pagata nell’ambito di un appalto pubblico e quindi con denaro delle famiglie e dei contribuenti. Ma soprattutto: non tutto ciò che viene offerto gratuitamente deve essere accettato come obbligatorio. Il bambino non dovrebbe imparare che è giusto adeguarsi alla maggioranza per evitare problemi. Dovrebbe imparare esattamente il contrario: che può scegliere, fare domande, avere un’opinione diversa, anche semplicemente preferire un altro diario e invece assistiamo sempre più spesso a una scuola preoccupata di uniformare comportamenti, sensibilità e linguaggio, mentre sembra perdere di vista la sua funzione fondamentale: insegnare.
Nella stessa scuola in cui un diario può diventare una questione di conformità, le strutture scolastiche cadono a pezzi e ieri nelle classi c’erano più di 30 gradi. Però facciamo i “calzini spaiati”. Facciamo i braccialetti contro il bullismo. Facciamo attività, slogan, giornate a tema, campagne educative di ogni genere. Tutto rispettabile, per carità. Ma prima o poi viene da chiedersi: e la scuola, quando insegna?
Mia figlia ha finito la terza elementare senza che si sia praticamente arrivati a parlare seriamente della Mesopotamia in storia. E non ha ancora una conoscenza elementare del fatto che l’Italia è divisa in regioni. Non sto chiedendo ai bambini di recitare a memoria l’anno della fondazione di Ur. Sto chiedendo una cosa molto più semplice: che prima di essere educati a discutere del mondo imparino almeno qualcosa sul mondo.
Come scrive Murray Rothbard: «Ai bambini viene insegnato a cercare la verità nell’opinione della maggioranza, piuttosto che nella loro indagine indipendente o nell’intelligenza dei migliori nel campo. I bambini vengono preparati alla democrazia essendo indotti a discutere di attualità senza prima apprendere le materie sistematiche (politica, economia, storia) necessarie per discuterne. L'”effetto talpa” consiste nel sostituire il pensiero individuale ponderato con slogan e opinioni superficiali. E l’opinione è quella del minimo comune denominatore del gruppo».
Ecco, temo che sia esattamente questo il punto: non un diario, non i calzini spaiati, non un braccialetto. Il problema è una scuola che rischia di confondere educazione con conformismo, partecipazione con adesione, inclusione con uniformità e pensiero con slogan. La cosa più inquietante è che spesso nessuno protesta. Perché la famiglia pensa: “Vabbè, che sarà mai?”. Il bambino pensa: “Se porto quello che portano tutti, non mi rimproverano”. L’insegnante pensa: “È più semplice se hanno tutti la stessa cosa”. E così, un piccolo passo alla volta, si insegna ai bambini una lezione molto precisa: non distinguerti, non discutere, non mettere in dubbio quello che fa il gruppo.
Magari domani sarà solo un diario. Dopodomani sarà qualcos’altro e a quel punto avremo una scuola perfettamente conforme, piena di attività educative, slogan e giornate celebrative. Peccato che i ragazzi potrebbero non sapere ancora cosa sia la Mesopotamia, come è fatto il loro Paese o come si è arrivati a costruire la società nella quale vivono. Ma avranno tutti il diario giusto.
Un caro saluto,
Roberta Giordani, 16 settembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


