La posta dei lettori

Caro Porro, in nome della laicità stiamo cancellando la nostra identità

Una Messa scolastica annullata e una domanda che non mi dà pace: per tutelare tutti stiamo rinunciando alle nostre radici cristiane?

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Caro Porro,

C’è un momento in cui, da madre, ti accorgi che non stai discutendo di un’uscita scolastica. Stai discutendo di identità. La scuola di mio figlio aveva organizzato, in occasione del Mercoledì delle Ceneri, la partecipazione alla Messa. Una tradizione semplice, radicata nella storia della nostra comunità. Un momento che per molti rappresenta fede, per altri cultura, per altri ancora solo appartenenza.

È bastata l’obiezione di un genitore per annullare tutto. La motivazione? La laicità della scuola. Ma quale laicità stiamo difendendo, se per proteggerla finiamo per rinunciare a ciò che siamo? Quando la neutralità si trasforma in cancellazione, non stiamo più tutelando qualcuno: stiamo impoverendo tutti. La scuola pubblica è – giustamente – laica. La laicità tutela chi non crede, chi crede diversamente, chi non vuole partecipare. È un presidio di libertà. Ma la libertà non dovrebbe mai diventare uno strumento per rimuovere ogni espressione della cultura maggioritaria, soprattutto quando questa non impone nulla, ma semplicemente si propone.

Vivo in un piccolo paese, quello che affettuosamente chiamo il mio “piccolo mondo antico”. Ho sempre pensato che qui, più che nei grandi centri dove molte tradizioni si sono già dissolte, saremmo riusciti a custodire con maggiore forza la nostra identità culturale e religiosa. Non per chiuderci, non per escludere, ma per non perdere ciò che ci ha formato. L’Italia – piaccia o no – ha oltre millecinquecento anni di storia intrecciata con il cristianesimo. L’arte che studiamo nei libri, la filosofia che ha fondato l’idea di persona, il concetto stesso di dignità umana, i valori di solidarietà e libertà che sostengono la società liberale: tutto questo è cresciuto dentro quella tradizione.

Raccontarlo non significa fare catechismo. Significa fare cultura. Mi domando: l’istruzione non dovrebbe anche abbracciare queste dimensioni? Non dovrebbe aiutare i nostri figli a comprendere le radici storiche e spirituali del Paese in cui vivono? La cosa che più mi ferisce non è la decisione in sé. È il messaggio che passa. Come lo spiego a mio figlio che non andrà a Messa con i suoi compagni perché “la legge tutela la minoranza e non la maggioranza”? Come gli spiego che, per non urtare qualcuno, abbiamo preferito cancellare tutto invece di trovare una soluzione che rispettasse tutti?

La tutela della minoranza è un pilastro della democrazia. Ma una democrazia matura non funziona per sottrazione continua. Funziona per equilibrio. Funziona quando si protegge chi non vuole partecipare, senza negare a chi vuole farlo la possibilità di vivere un momento condiviso. Qui non si trattava di obbligare nessuno. Si poteva prevedere un’attività alternativa. Si poteva scegliere il dialogo. Si poteva insegnare ai bambini che convivere significa rispettare, non eliminare.

Invece abbiamo scelto la via più semplice: annullare. Così facendo, però, la laicità diventa uno scudo dietro cui si nasconde la paura del confronto. E quando la scuola rinuncia a educare alla complessità, perdiamo tutti. Perdiamo un’occasione di insegnare cosa sia davvero il pluralismo. Perdiamo un pezzo della nostra memoria collettiva. Perdiamo la possibilità di spiegare ai nostri figli che identità e rispetto possono coesistere.

Io continuo a credere nel dialogo tra scuola e famiglia. Continuo a credere che la scuola debba formare cittadini liberi, non individui culturalmente neutri. Perché la neutralità assoluta non esiste: esiste solo il rischio di svuotare tutto di significato. E una scuola che smette di raccontare le proprie radici, prima o poi, smette anche di trasmettere valori.

Firmato: Una mamma del “piccolo mondo antico”

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