C’è, nell’Italia contemporanea, un disagio che con il tempo si è fatto abitudine. Un imbarazzo sedimentato nei decenni, fino a diventare, nei casi migliori, indifferenza; nei peggiori, una forma sottile di vergogna collettiva. È la vergogna che si prova davanti alla propria bandiera.
Qualche settimana fa un video ha attraversato i social con la velocità delle immagini che intercettano qualcosa di irrisolto. Una signora anziana espone il tricolore dal balcone durante un corteo. Dalla piazza arrivano insulti. Un agente di polizia annota: «Orgoglio italiano, nulla è perduto». Il Paese si commuove per un giorno, poi passa oltre.Vale la pena fermarsi più a lungo.
Non per istruire un processo a chi sfilava in piazza, né per trasformare un episodio in una sentenza collettiva. Ma perché quella scena ha sfiorato qualcosa di vero: la difficoltà, tutta italiana, di riconoscersi in ciò che è proprio senza avvertire il bisogno di giustificarsene.
Il tricolore esiste, ma vive ai margini del quotidiano. Riemerge agli italiani, il 2 giugno, con le autorità sull’attenti, ai funerali di Stato, quando la Nazionale segna negli ultimi minuti. Fuori da quelle liturgie, esporlo sembra esigere una spiegazione che nessuno chiede apertamente, ma che molti sentono necessaria. Lo sguardo obliquo arriva prima delle parole: la bandiera viene decifrata come dichiarazione politica prima ancora che come sentimento.
Nel frattempo, sui balconi, nelle biografie dei profili sociali, nei cortei, prospera ogni altra appartenenza: bandiere europee, palestinesi, ucraine, arcobaleno, cause di ogni latitudine e stagione. Nessuna sembra richiedere la stessa cautela. Solo quella verde, bianca e rossa continua a provocare imbarazzo, sospetto, interpretazione.
Occorre dirlo con chiarezza: non è un processo alla solidarietà internazionale, né un tentativo di stabilire gerarchie morali tra sofferenze vicine e lontane. La questione è un’altra. Perché, in Italia, l’identificazione con cause esterne appare spesso più immediata, più elegante, più socialmente confortevole dell’identificazione con la propria comunità nazionale? È un’asimmetria culturale, non un giudizio sulle intenzioni di qualcuno.
Potremmo chiamarla vergogna metabolizzata. Non quella consapevole, che si interroga su se stessa. Quella più silenziosa, sedimentata fino a trasformarsi in tatto, in discrezione, quasi in buona educazione. Dire «amo l’Italia», in certi ambienti, produce ancora un lieve imbarazzo, come se quel sentimento contenesse in filigrana qualcosa da spiegare. Dichiarare solidarietà con una causa globale produce l’effetto opposto: apertura, nobiltà, senso della storia.Eppure non è un problema della destra né della sinistra. È una questione italiana, e trasversale.
Berlinguer indicò l’amor di patria come un valore che non appartiene a nessuna parte politica. Pertini portava il tricolore con una naturalezza popolare che oggi apparirebbe quasi anacronistica. Pasolini amava l’Italia con la disperazione di chi vede un Paese perdere qualcosa di irreparabile: i dialetti, le periferie, la materia concreta di una civiltà che si consumava. Non era nazionalismo. Era attaccamento. Nessuno di loro avrebbe riconosciuto nella bandiera un simbolo imbarazzante.
Il trauma ha radici che sarebbe disonesto ignorare. Dopo il 1945, il fascismo aveva lasciato molti simboli nazionali come refurtiva avvelenata. Era necessario fare i conti con quella storia. Ma la Repubblica non riuscì fino in fondo a reinventare quei simboli in chiave pienamente democratica, dentro una grammatica civile capace di renderli davvero comuni. Galli della Loggia ha descritto quella frattura come una ferita nella continuità della coscienza nazionale: la nazione sopravvissuta come architettura giuridica, ma indebolita come sentimento condiviso. Ciampi tentò di ricucire, con sobrietà repubblicana. Forse il terreno non era ancora pronto.
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In quel vuoto, il patriottismo civile non è mai diventato davvero popolare. Al suo posto ha attecchito il lessico delle cause globali, amplificato dai social in un sistema di appartenenze disponibili, reversibili, sempre pronte all’uso.
Le bandiere straniere hanno assunto anche la funzione di insegne pubbliche. Non sempre, non per tutti, ma spesso. Non è soltanto solidarietà: talvolta è posizionamento, segnale di appartenenza a una comunità che si percepisce giusta e moralmente attrezzata. Le cause remote hanno un privilegio strutturale: non insistono, non reclamano, non bussano alla porta. Quelle prossime, invece, entrano nella vita. Chiedono salari che non crescono, borghi che si spopolano, ospedali che cedono, giovani che partono sapendo già che non torneranno. La bandiera degli altri consola. La nostra chiede conto.
L’Italia contemporanea oscilla tra immaginari importati. Da una parte, un europeismo che talvolta sembra ridursi ad amministrazione morale del presente. Dall’altra, un conservatorismo angloamericano che replica conflitti elaborati altrove, con un lessico che qui non ha le stesse radici. In entrambi i casi, il rischio è parlare dell’Italia con categorie non italiane, perdendo il filo di una tradizione civile che pure esiste.
Quella tradizione è di tutti. Il Risorgimento di Mazzini pensava la nazione come vocazione verso l’umanità, non come fortezza. Una parte della cultura socialista e popolare del dopoguerra seppe coniugare giustizia sociale e bene comune. Il cattolicesimo civile costruì cooperative, ospedali, comunità. E Saba scrisse che il patriottismo sta al nazionalismo come la salute sta alla nevrosi. Non sono la stessa cosa. Sono l’opposto.
Il problema italiano non è un eccesso di patriottismo. È l’assenza di un patriottismo adulto: civile, non tribale, capace di nominare scuola, lavoro, territorio, istituzioni, futuro, senza doversi scusare per il solo fatto di esistere.
La patria non è una fanfara. È una scuola che regge, un salario che basta, un borgo che non scompare, un giovane che trova un motivo per restare. È il luogo in cui si lavora, si paga l’affitto, si vede partire un amico con la faccia di chi ha già deciso. È ciò che rimane quando la retorica si esaurisce.
Quella signora anziana al balcone non stava tenendo un comizio. Stava compiendo un gesto semplice: si sentiva a casa. In modo così naturale da diventare, nell’Italia di oggi, quasi un atto di eccezione. Il fatto che richieda coraggio è il sintomo, non la causa.Nessun Paese sopravvive se l’unico modo accettabile di amarlo è durante i supplementari.
L’Italia ha il materiale per un patriottismo all’altezza del presente: laico, plurale, non nostalgico, fondato sulla responsabilità verso ciò che è vicino. Non ha bisogno di importare guerre culturali concepite altrove. Ha bisogno di smettere di trattare la propria identità come qualcosa che esige ogni volta una preventiva giustificazione. Non per chiudersi al mondo, ma per tornarci con una voce propria.
Filippo Trombini, 4 giugno 2026
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