Caro Porro, non avendo trovato, almeno finora, commenti o critiche di carattere metodologico al sondaggio su Sigfrido Ranucci da parte di esperti di metodologia o di ricercatori sociali, provo a proporre alcune considerazioni rivolte soprattutto a chi non conosce dall’interno il mondo della ricerca sociale e demoscopica.
Lo dico da ricercatore sociale e di marketing, dopo molti anni trascorsi a costruire, leggere e interpretare questionari e indagini campionarie. A mio avviso, il punto più interessante è che quel sondaggio non rappresentava affatto la conclusione di un percorso, ma il suo possibile inizio. Il vero obiettivo non sembra essere stato semplicemente quello di sapere quanti elettori avrebbero votato Ranucci, bensì verificare se fosse possibile costruire e accreditare, all’interno del campo largo, una figura terza capace di superare la contrapposizione fra Schlein e Conte.
La struttura del questionario va precisamente in questa direzione. Prima si delimita il campo agli elettori di centrosinistra, e questo è un punto fondamentale: non si tratta di un sondaggio sulla popolazione italiana nel suo complesso, ma su un segmento politico già selezionato. Poi si mette a fuoco il dualismo fra i due principali leader del campo largo, se ne evidenziano punti di forza e debolezza e si introduce la possibilità di un terzo candidato.
A quel punto il questionario restringe progressivamente il campo. Si prospetta una figura indipendente dagli apparati, credibile, autorevole, proveniente dalla società civile o dal mondo dell’informazione. Successivamente l’universo si restringe ancora, fino ai giornalisti televisivi e ai conduttori di programmi di approfondimento.
È qui che, metodologicamente, il percorso diventa particolarmente interessante.
Ranucci non viene proposto all’intervistato in uno spazio neutro. Prima è stato costruito il problema, cioè la contrapposizione Schlein Conte, poi è stata prospettata la soluzione, cioè un terzo soggetto, quindi sono state definite caratteristiche largamente compatibili con la sua immagine pubblica, indipendenza, credibilità, notorietà, capacità di comunicazione, appartenenza al mondo dell’informazione.
Solo alla fine si arriva a misurare la sua credibilità politica e la disponibilità a votarlo.
Il problema, quindi, non è tanto nella singola domanda quanto nella sequenza delle domande, costruita come un imbuto. Il rispondente viene progressivamente accompagnato verso un profilo che finisce per coincidere in larga misura con quello di Ranucci.
Se il risultato finale fosse stato favorevole, il sondaggio avrebbe potuto svolgere una funzione ben più importante della semplice misurazione del consenso. Avrebbe potuto fornire il primo elemento di legittimazione politica e mediatica.
A quel punto sarebbero potuti arrivare i titoli sui giornali, i dibattiti televisivi, i confronti con Schlein e Conte, le domande sulla possibilità di un “terzo uomo” capace di federare il campo largo. E con ogni probabilità nel racconto mediatico sarebbero passati in secondo piano proprio gli elementi metodologicamente più importanti, il filtro iniziale sull’elettorato di centrosinistra, la sequenza delle domande, il progressivo restringimento verso il mondo dell’informazione. Sarebbe rimasto soprattutto il dato: “Ranucci convince gli elettori del campo largo”.
Ed è questo, a mio avviso, il punto che merita maggiore attenzione. Il sondaggio avrebbe potuto non limitarsi a fotografare una candidatura già esistente, ma contribuire a costruirla e accreditarla.
Ranucci sarebbe entrato nel dibattito non più soltanto come giornalista noto, ma come personalità che “i sondaggi” indicavano come possibile figura unificante del campo largo. Per questo considero il sondaggio tutt’altro che un dettaglio secondario dell’intera vicenda. Potrebbe invece essere stato il vero punto di partenza, il momento nel quale una semplice ipotesi politica avrebbe potuto cominciare a trasformarsi in una candidatura percepita come concreta.
Saluti,
Vincenzo Freni, 17 agosto 2026
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