La posta dei lettori

Caro Porro, siamo tre ex prefetti indagati e poi assolti. E nessuno ha pagato

Dopo anni sotto inchiesta, l’assoluzione dimostra i limiti di un sistema che espone funzionari dello Stato a processi lunghi e dannosi

prefetti scandalo giustizia Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Caro Porro, con una lettera inviata al Direttore de “Il Gazzettino”, abbiamo voluto offrire ai lettori veneziani uno spunto di riflessione sulla scorta delle nostre esperienze processuali, da loro ben conosciute, visto l’ampio clamore avuto a suo tempo dalle inchieste che ci hanno riguardato.

Il “Fatto Quotidiano”, nel commentare la nostra iniziativa, ha tenuto a precisare che qualora al referendum sulla giustizia dovessero prevalere i Sì, nulla cambierebbe rispetto alle disfunzioni lamentate. Dal tono usato sembra trasparire anche una certa insofferenza verso chi, come noi (da tempo, pensionati), nonostante le imputazioni a nostro carico (e quelle contano, eccome contano per chi si abbevera alla fonte della cultura del sospetto!) l’abbiamo fatta franca e restiamo pure ingrati verso un sistema che alla fin fine ci ha riconosciuto innocenti.

Sarebbe troppo lungo ripercorrere le vicende che ci hanno coinvolto, ci limitiamo a indicarle in estrema sintesi, per esemplificare dei casi in cui indagini gestite con superficialità si sono basate su fatti appurati successivamente (magari a distanza di qualche anno) insussistenti, senza alcuna conseguenza per chi quelle indagini ha condotto (Polizia Giudiziaria e chi la dirige, cioè i Pm).

Relativamente a quanto ci ha riguardato, si è trattato di vicende dovute alla circostanza che in un periodo veramente difficile, quello che va dalla seconda metà del 2014 alla prima metà del 2017, siamo stati chiamati a fronteggiare un eccezionale afflusso di migranti, i quali, sbarcati sulle coste prevalentemente siciliane e calabresi, venivano distribuiti nel giro di poche ore sull’intero territorio nazionale.

Al pari di tutti i colleghi operanti nelle diverse province, ci siamo letteralmente immersi nel lavoro per garantire basilari condizioni di accoglienza, pur nella carenza di mezzi e strutture disponibili. Una descrizione analitica sarebbe troppo lunga e noiosa, visto il lungo tempo trascorso, riteniamo pertanto sufficiente richiamare le imputazioni che ci hanno riguardato e, a fronte di esse, riportare brevi stralci delle corrispondenti pronunce assolutorie.

CUTTAIA DOMENICO

Imputazione contestate: falso in atto pubblico; rilevazione di segreto d’ufficio; frode in concorso (con i gestori di un centro di accoglienza) in pubbliche forniture. Nella sentenza, definitiva, di assoluzione, si da atto che i comportamenti ritenuti dai P.M. di integrare la prima ipotesi di reato, hanno riguardato attività che non andavano ricomprese nella predisposizione di “atti pubblici aventi natura fidefacente”, trattandosi di attività informali.

Quanto alla seconda imputazione, i comportamenti ritenuti di integrare la rivelazione di segreti d’ufficio erano invece da far rientrare “nell’esercizio discrezionale dei poteri spettanti al prefetto…in assenza di specifica disposizione di legge di segno contrario”.

Quanto all’ultima imputazione, quella più grave, concernente la frode, particolarmente lesiva della dignità di un servitore dello Stato, è da rilevare che essa è stata formulata senza ipotizzare che l’interessato avesse agito al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto patrimoniale, ma solo con l’intento di attuare le direttive ministeriali che prevedevano l’obbligo di dare un’accoglienza immediata ai migranti, sorvolando, per questo, secondo l’accusa, sulle inefficienze palesate dall’ente gestore.

Il Tribunale, nella sentenza di assoluzione, oltre a rilevare l’oggettiva insussistenza dei fatti dedotti dalla pubblica accusa, ha ritenuto di evidenziare che “va anzi valorizzato…che quando l’imputato Cuttaia ha avuto contezza di presunti irregolarità…ha provveduto immediatamente ad avvisare il Procuratore della Repubblica, le Forze dell’Ordine e il Direttore Provinciale dell’INPS per quanto di competenza…Va poi considerato il contesto in cui sono maturati i fatti in esame, che ha indotto l’imputato Cuttaia, in buona fede, a cercare di assolvere a complessi compiti affidatigli in materia di immigrazione con limitati strumenti a sua disposizione”.

BOFFI CARLO

Le imputazioni sono state due. La prima consisteva nel reato di falso in atto pubblico, per aver sottoscritto una relazione che riguardava il periodo precedente il suo insediamento a Venezia.

La seconda imputazione riguardava la violazione colposa di segreto d’ufficio, per avere dato comunicazione al gestore del centro di accoglienza di una visita conoscitiva che si sarebbe ivi svolta. L’aspetto inquietante della superficialità investigativa sta nel fatto che il P.M. ha ritenuto ispettiva tale visita senza però accertare che effettivamente lo fosse.
In sede dibattimentale queste evidenti incongruenze sono emerse e ne è conseguita l’assoluzione in via definitiva con formula piena.

Particolarmente sintomatico è un aspetto: la sentenza di assoluzione è intervenuta in appello, mentre in primo grado, nel giudizio abbreviato richiesto dall’interessato, il GIP aveva pronunciato l’assoluzione per il primo reato e la condanna, per il secondo, al minimo della pena, cioè 20 giorni di reclusione. Come a dire, non poteva fare a meno di condannarlo!

ZAPPALORTO VITTORIO

Il Prefetto Vittorio Zappalorto mentre prestava servizio a Venezia, veniva coinvolto in una inchiesta che lo riguardava nel periodo in cui aveva svolto in precedenza le funzioni di Prefetto di Gorizia. Le imputazioni a suo carico andavano dal concorso esterno in associazione per delinquere, alla frode in pubbliche forniture, alla frode semplice, alla omessa denuncia.

In particolare, veniva contestato che il Prefetto, non effettuando i controlli previsti sulla gestione del centro di accoglienza, avrebbe favorito la commissione di una serie di reati da parte di dipendenti e responsabili del consorzio cui era stata affidata la gestione dei migranti; inoltre la Prefettura, secondo le accuse, avrebbe pagato al gestore fatture “gonfiate”.

Il Prefetto recuperava tutta la documentazione a sostegno della sua totale estraneità ai fatti addebitatigli. A quel punto il P.M., che non aveva mai vagliato seriamente le informative della polizia giudiziaria, avrebbe dovuto chiedere al GIP l’archiviazione. Al contrario ha lasciato scadere i termini per l’esercizio dell’azione penale e messo tutto nel cassetto nella speranza che intervenisse la prescrizione.

Il Prefetto si è rivolto quindi alla Procura Generale di Trieste, chiedendo l’avocazione dell’inchiesta che è stata concessa e si è conclusa con la richiesta di totale archiviazione della posizione del Prefetto e di quella di molti altri imputati, tra cui altri due prefetti e funzionari e dipendenti della Prefettura.

Nel chiedere l’archiviazione, il Procuratore Generale ha osservato, tra l’altro: “In linea generale, con valutazione globale ed assorbente, rileva questo PG che i vari illeciti ascritti ai funzionari operanti presso la Prefettura di Gorizia siano del tutto privi di fondamento: l’articolazione dei capi d’accusa si è limitata a ripercorrere le considerazioni della Guardia di Finanza senza un adeguato vaglio critico”. Come da prassi, P.M. e agenti della polizia giudiziaria non solo non hanno avuto alcuna conseguenza ma sono stati tutti promossi!

Come si può notare, i reati contestati sono stati diversi, alcuni lievi, altri gravi e con una caratteristica singolare, che la loro commissione non sarebbe stata compiuta per trarne vantaggi economici di alcun tipo (traducendo: né denaro, né oggetti, né cene, né vacanze, ecc.). Tant’è che per trovare i moventi dei supposti reati dolosi, i P.M. o hanno ipotizzato che siano stati compiuti dagli accusati per dimostrare di essere capaci di risolvere i problemi e quindi trarne giovamento per la progressione in carriera, oppure hanno proprio omesso di enunciare il movente.

Spiace anche rilevare, nella circostanza, come qualche campione di garantismo, allora, sia rimasto silente forse perché veniva comunque assestato dai P.M. un colpo all’operatività dell’accoglienza dei migranti. Pensiamo che il contenuto della lettera inviata al Direttore de “Il Gazzettino” possa costituire oggetto di interesse anche per coloro che consultano il sito nicolaporro.it anche se non hanno seguito, ai tempi, le vicende che ci hanno riguardato.
Un post scriptum riteniamo che sia necessario.

L’infallibilità dei P.M., i quali non pagano quasi mai, neppure disciplinarmente, per i propri errori, copre anche l’attività della Polizia Giudiziaria, la quale, quando esegue le indagini avviate dai P.M., opera sotto le ali protettrici delle Procure della Repubblica.

Ebbene, allorquando l’appartenente alle Forze dell’Ordine opera quale agente o ufficiale di pubblica sicurezza (quindi alle dipendenze delle Autorità di P.S.) è esposto a mille pericoli e ad ogni tipo di rischio processuale. Quando invece opera da agente o ufficiale di P.G. alle dirette dipendenze dei P.M. e nel seguire le direttive di questi ultimi, può permettersi qualsiasi errore, ricevendo premi (anche in denaro) e riconoscimenti per le “brillanti operazioni” portate a termine sotto il coordinamento operativo delle Procure della Repubblica, anche se dopo qualche tempo le stesse dovessero rivelarsi del tutto farlocche, perché evidentemente rilevano solo la notitia criminis del momento ed il relativo clamore mediatico.

Il Governo farebbe bene anche a intervenire in questo settore, sollecitando gli Uffici e i Comandi delle Forze dell’Ordine a valutare attentamente l’operato dei propri appartenenti inquadrati nelle squadre di Polizia Giudiziaria poste alle dirette dipendenze dei P.M., naturalmente quando sia risultata incontrovertibilmente la commissione di errori marchiani.

Un buon inizio potrebbe essere, ad esempio, anche quello di evitare che Poliziotti (della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria), Carabinieri e Finanzieri, facciano da sfondo, in uniforme, alle conferenze stampa dei Procuratori e Sostituti Procuratori di turno.

Un cordiale saluto a Lei e a Suoi Lettori.

Domenico Cuttaia, Carlo Boffi, Vittorio Zappalorto

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