C’è qualcosa di profondamente poetico, quasi dantesco, nel vedere Il Fatto Quotidiano scagliarsi contro una procura. Non una qualunque: la Procura Generale di Milano. Proprio una di quelle istituzioni che per anni il giornale di Marco Travaglio ha difeso con zelo missionario da ogni critica, da ogni tentativo di riforma, da ogni ipotesi di riequilibrio tra i poteri dello Stato.
Per anni il copione è stato sempre il medesimo. L’attività di una procura era quasi un atto di fede. Se un magistrato contestava una riforma, diventava immediatamente il baluardo della democrazia. Se il Governo proponeva una modifica dell’assetto della giustizia, l’allarme era quello delle grandi occasioni: attentato alla giustizia, attacco ai magistrati, rischio autoritario.
La magistratura inquirente veniva raccontata come un corpo quasi infallibile, da preservare da qualsiasi interferenza politica. Le procure erano il fortino della legalità. Chi osava criticarle veniva spesso rappresentato come un nemico della giustizia e perfino della morale.
Poi, però, arriva il giorno in cui una procura non conferma, anzi smentisce categoricamente, la narrazione del Fatto. E allora la liaison si interrompe. D’improvviso, la Procura Generale non è più l’oracolo della verità. Non è più il presidio intoccabile della legalità. Diventa un’istituzione che dovrebbe “rimangiarsi tutto”, chiedere scusa e addirittura essere denunciata.
È il contrappasso perfetto. Per anni si è sostenuto che i magistrati dovessero essere lasciati lavorare senza essere delegittimati. Oggi, quando un magistrato arriva a conclusioni sgradite, scopriamo che può essere accusato di aver formulato contestazioni infondate e perfino diffamatorie. Che dovrebbe scusarsi pubblicamente e rimangiarsi tutto.
Per anni si è spiegato agli italiani che contestare una procura significava mettere in discussione la giustizia. Oggi, improvvisamente, contestare una procura diventa non solo legittimo, ma addirittura necessario. Il vero paradosso è che Travaglio sta utilizzando contro una procura gli stessi argomenti che per anni ha guardato con sospetto quando venivano avanzati da politici, amministratori, imprenditori o semplici cittadini finiti nel tritacarne giudiziario-mediatico.
Naturalmente ogni giornale ha il diritto di difendersi e di tutelare la propria reputazione. Naturalmente ogni accusa può essere contestata. Nessuno mette in discussione questo. Ma il paradosso resta. Perché quando sostieni per anni che le procure rappresentano il punto più alto della credibilità istituzionale, quando trasformi ogni critica ai magistrati in una forma di eresia civile, quando combatti con forza ogni riforma che miri a ridisegnarne ruolo e responsabilità, devi anche accettare il rischio che una procura possa darti torto.
Altrimenti il principio non è più: “fidiamoci delle procure”. Diventa: “fidiamoci delle procure soltanto quando danno ragione a noi o torto agli altri”. Ed è qui che il contrappasso si materializza nella sua forma più sublime. Il Fatto Quotidiano, che per anni ha contribuito a costruire un’aura di quasi infallibilità attorno alle procure, finisce per scoprire che anche i magistrati, quando non confermano la sua versione dei fatti, possono essere considerati fallibili. Una scoperta tardiva, ma istruttiva. O almeno così si spera.
Salvatore Di Bartolo, 6 giugno 2026
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