Qui al bar cominciamo a nutrire qualche perplessità. Ma questa Europa lavora per la pace o per la guerra? È Putin che ci provoca o siamo noi che cerchiamo un pretesto per dimostrare che lui vuole attaccarci? Ieri è stata la volta dei jet in Estonia intercettati dagli F-35 italiani. Sfida sfacciata dello zar? Minaccia ai baltici? Sarà.
Nel frattempo abbiamo scoperto che i droni sconfinati in Polonia ci sono finiti quasi sicuramente perché disorientati dai sistemi di difesa ucraini. E che la casa distrutta non l’ha distrutta la carcassa di uno dei velivoli russi, ma un missile polacco che ha fatto cilecca. E che l’aereo della Von der Leyen, il cui gps è stato sabotato dai russi, in realtà non è stato sabotato dai russi e anzi non è stato sabotato affatto. A differenza del gasdotto Nord Stream che, però, non è stato distrutto da un russo bensì da un ucraino. Come ucraino era l’assassino di Parubiy.
I nostri giornali sono passati dal deridere l’Armata rotta di Putin al paventare l’invasione della “‘maxi armata da 700mila uomini”. E se prima i russi rubavano i chip per i missili dalle lavatrici del Donbass, ora noi siamo costretti a riarmarci perché a breve questi scappati di casa con gli stivali di cartone ci attaccheranno. Qui al bar non riusciamo a capire più dove stia la verità e dove la propaganda. E ci chiediamo: ma non è che, a furia di evocare la guerra, la guerra scoppia davvero?
Il Barista, 20 settembre
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