Il 27 luglio, il famoso direttore d’orchestra russo Valery Gergiev avrebbe dovuto esibirsi al festival “Un’Estate da Re” presso la Reggia di Caserta. Gergiev, legato da anni al presidente Putin e noto per il suo sostegno esplicito alla linea del Cremlino (comprese manifestazioni pubbliche in favore dell’annessione della Crimea) era stato precedentemente escluso da diverse istituzioni culturali occidentali come la Scala di Milano, la Filarmonica di Monaco e il Metropolitan Opera di New York.
La partecipazione del Maestro russo in Italia ha acceso negli scorsi giorni un forte dibattito: da un lato chi si opponeva all’esibizione, sostenendo come la connessione dell’artista con il regime russo creasse una miscela inscindibile di arte e propaganda, dall’altro chi invece avvertiva che la censura culturale può somigliare pericolosamente alle politiche autoritarie che si vogliono contrastare. Eppure, nonostante l’appoggio delle autorità locali, capeggiate dal Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha difeso la scelta di ospitare l’artista (sostenendo che la cultura non si piega alla politica e che il dialogo artistico rimane fondamentale) la sua partecipazione a Caserta è stata annullata.
È fisiologico che l’arrivo di un esponente dichiarato del regime russo, per quanto musicista di rilievo internazionale, possa far storcere il naso a una parte dell’opinione pubblica. Tuttavia, è fondamentale che le istituzioni culturali e politiche ribadiscano la necessità di scindere la sfera politica dalla sfera artistica di un ospite internazionale. Nessuno ha invitato Gergiev assicurandogli un pulpito per pontificare sulla legittimità dell’operato del Cremlino, nessuno ha richiesto la sua presenza ad una conferenza in qualità di opinionista politico; il suo mandato in Italia aveva motivi radicalmente diversi. Gergiev è un artista, un musicista, che sarebbe dovuto arrivare in Italia semplicemente per esibirsi.
Poco conta la strumentalizzazione che Putin avrebbe fatto della sua esibizione, anzi: avrebbe portato acqua al mulino dell’atlantismo. Sarebbe stato come dire al presidente russo: sappiamo che il Maestro è una tua pedina, ma lo facciamo esibire comunque. Perché sappiamo anche che l’arte è sinonimo di libertà, che unisce gli uomini e mai li divide, e che pertanto non ci spaventerà mai. Mantenere l’esibizione di Gergiev poteva così essere una dimostrazione tout court di quanto la nostra società sia democratica e profondamente libera.
Purtroppo, ha prevalso invece il più bieco sentimento di censura nei confronti di un membro politicamente attivo di un paese a noi giustamente ostile. E così, mentre i conflitti infuriano, le guerre aumentano e le tensioni prosperano, persino nel paese dell’arte l’arte rischia di diventare una moneta di scambio, un visto che può essere rifiutato alla dogana; non più un ponte che da sempre lega tutta la civiltà elevandola a qualcosa di più che al dominio della forza. Un gran peccato.
Alessandro Bonelli, 22 luglio 2025
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