Cronaca

Che libidine! Perché godo per la disgrazia delle femministe

Solidarietà per le chat private diventate pubbliche. Ma per una volta alla gogna sono finiti gli imam del politicamente corretto

Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene
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Il karma ha colpito ancora. Un manipolo di femministe influencer, unitamente a un paio di guru dei pro-pal, è stato beccato a scrivere peste e corna di tanti personaggi (istituzionali e non) all’interno di una chat di gruppo su whatsapp, utilizzando termini violentissimi e sfogando una rabbia elitaria davvero agghiacciante. Il focus della questione, contrariamente a quanto si possa pensare, non è gioire del fatto che dei messaggi privati siano stati divulgati e messi alla mercé della piazza. Il punto, che fa davvero tanto godere, è che i censori, i paladini dell’”odiare ti costa”, quelli che “l’amore salverà il mondo”, quelli che “l’hate speech è l’anticamera della violenza di genere”, vengano colti con le mani nella marmellata in atteggiamenti ben peggiori di quelli che loro stessi condannano da mattina a sera sui social.

Lo squarcio tra realtà e narrazione di questi personaggi ci rivela dunque che è sempre fondamentale scindere tra parole e fatti, tra pubblico e privato, che non bisogna mai rovistare nella vita delle persone e che bisogna giudicare gli individui per la loro condotta e non per le loro idee.

E quindi oggi bisogna essere solidali persino con chi fino a qualche settimana fa pubblicamente elogiava Mattarella (dicendo di lui che fosse l’unico vero argine al fascismo dilagante) mentre nel privato scriveva “avete visto quel vecchio di m*rda?” mentre un altro, di quelli che fa i sermoni su Instagram illustrandoci lo squallore di un mondo senza amore a causa del sionismo, rispondeva “Spero non finisca il 2025”.

Bisogna essere garantisti, al fine di distinguersi dai loro metodi antidemocratici, con una triade di femministe indagate (e non ancora condannate, per questo serve essere garantisti) per aver diffamato un uomo reo di aver mollato una loro amica, definendolo senza alcun motivo un “abuser” e giurando vendetta contro di lui a tal punto da spingerlo più volte a tentare il suicidio.

Bisogna rispettare e richiedere la privacy di chi ha costruito una carriera parlando di differenza di genere ed empowerment femminile e poi si lamentava per l’incarcerazione in Iran di Cecilia Sala, non per l’incarcerazione in sé; bensì per la notorietà che questa avrebbe provocato alla giornalista.

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Bisogna rivendicare il diritto di avere sulle proprie note una lista di persone odiate, una blacklist, e augurarsi senza alcun motivo apparente le peggiori sfighe per le vite della gente in essa presente, perché per quanto sia un atto deprecabile, abietto, vile e subdolo odiare qualcuno non è reato.

Bisogna dunque, in ultima istanza, garantire sempre il diritto di essere persone cattive.

L’unico motivo per cui è consentito godere in maniera incontrollata per la fuoriuscita di questi messaggi privati, è che in questi giorni ironicamente alla gogna sono finiti gli imam del politicamente corretto. Quelli che con la guerra all’odio hanno costruito un mestiere, quelli che hanno spasmodicamente rovistato nelle vite dei loro “nemici” nel tentativo di azionare quante più possibili macchine del fango contro di essi.

Per questo ciò che oggi sta succedendo a questo manipolo è qualcosa che crea un etereo stato di libidine. Perché questi simpatici attivisti (se così si può definirli) predicavano bene ma covavano il male. Un male persino più aberrante di quello che promettevano di combattere.

Quanto ai loro follower, che sia la volta buona che capiscano che anche un “segui” su Instagram è qualcosa di rilevante. Che è la collettività a fornire un microfono a queste persone. Che i cattivi maestri nascono e crescono cattivi e poi diventano maestri perché la gente non se ne accorge e li ascolta.

Alessandro Bonelli, 3 novembre 2025

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