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Che palle il perbenismo sullo striscione del Milan

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Non se ne può più, davvero non gliela si fa più a vivere in un Paese che affoga nelle sabbie mobili del politicamente corretto, che poi sarebbe postcomunismo, che poi sarebbe comunismo bello e buono, con gli orfani ideologici che dettano la linea e decidono come parlare, pensare, ridere, sfottere. Quel che è peggio, per osmosi di stupidità.

L’ultima è che la Procura della Figc ha aperto un fascicolo dopo il cartello dei tifosi milanisti ai cugini nerazzurri, “La coppa Italia ficcateva nel culo”. E allora? Cosa è il calcio senza ironia, a volte triviale e per questo irresistibile? Possiamo immaginare il tifo senza battutacce da osteria, carognate andanti, piccole cose di pessimo gusto? Possiamo divertirci senza poterci più divertire? Ma chi lo regge un pallone dove tra bauscia e casciavit non volano le scemenze, che poi si concludono a tavola o al bar in complicità catartica? Oggi, con questi chiari di luna, uno come l’avvocato Peppino Prisco, storico presidente dell’Inter, non potrebbe semplicemente aprire bocca: “Siccome so che sto morendo, prima prendo la tessere del Milan così è uno di loro che se ne va”.

Quando chi scrive frequentava San Siro, lo stadio era il più amabile ricettacolo di malagrazia dell’universo mondo, se ne vedevano e sentivano di tutti i colori: per insultare il bidone Blisset, che avrebbe ciccato un gol a porta vuota sulla linea, ogni tanto qualche uomo bestione si alzava in piedi urlacchiando: “Negroooo!”. Si rideva, ma per il bestione, non per il bidone. Un vecchio, ubriaco, corpulento, si alza in piedi e proclama: “Oggi il Milan fa come Simon Templar: stop ai delinquenti!” (ce l’aveva con gli juventini, per sempre “gobbi”). E non si contavano quelli che, proditoriamente, si mettevano a pisciare en plein air, per non dire degli insulti atroci alle mogli dell’arbitro. Io non dimenticherò uno sfigato vintage che, per tutto un Milan-Sampdoria, proruppe una ed una sola frase contro il direttore di gara: “Michelotto… Vafangù!” (l’arbitro Michelotti). Poi tornavo a casa, al mio quartiere, a Lambrate, e il salumiere Giosuè, che somigliava al principe Carlo e mi fulminava: “Uuuh, il Bilan!” (il Giosué era rosso di capelli e scontava l’eterna leggenda dei rossi perfidi, c’era un nero, anzi un negro, che parlava milanese e ogni giorno entrava e gli diceva: ti, te set una carogna d’on ross. El più braf dei ross el g’ha impicà el più catif con le budella del so’ fratèl”).

Così si cresceva, fra trovate geniali e banalità da caserma. Così si diventava amici per la pelle, che i colori della maglia non potevano separare. Ma che senso ha, in un calcio ostaggio della malavita, anche ieri 5 arresti dopo Napoli-Spezia, 4 spezzini balordi e il napoletano pregiudicato legato alla camorra, che senso può avere aprire una inchiesta su un cartello dall’insulto infantile? L’agenda anodina ha la faccia asetticamente insensibile di Ursula e pretende un tifo senza tifo, partite senza muggiti, esultanze frigide e ipocrite. Contronatura, come quella volta, nel 1974, che Germania e Olanda si giocavano il Campionato del Mondo e stavo al mare, in albergo, dieci anni di ingenuità, e non potevo credere a cosa vedevo: segnava l’Olanda e i turisti arancioni zitti, quasi dolenti, pareggiava la Germania e i crucchi a consolare quegli altri, vincevano i panzer in un silenzio irreale, allucinante che preconizzava il delirio eurounionista. Non durò, la sera tutti cominciarono a bere smodatamente e volarono le mazzate: si erano messi in pari dopo un pomeriggio di repressione, se si fossero mandati amabilmente a fanculo durante la partita non sarebbe successo niente.

Ma io non voglio morire così, evirato anche della passione sportiva. Io voglio continuare a sorridere ricordando quella scena di irresistibile comicità: Pasinato, con la maglia dell’Inter, scende lungo la fascia, corre, corre, si beve tutto il campo, arriva in fondo esausto e stramazza, il pallone che rotola mestamente oltre la linea. Al che si alza un esagitato e tuona: “Vogliamo Causio (in panchina)… Non quella merda!!!”. Ci fu un boato. Ero sempre stupito dal volume stentoreo dei tifosi da curva, da certe trovate geniali o allegramente vergognose.

Così è il calcio, spettacolo popolare, tribale, che oggi una stupida inchiesta federale cerca di moralizzare. E pare davvero voler mettere i guanti bianchi sulle mani rognose. Ma lasciateci in pace, che non facciamo male a nessuno se ci prendiamo un po’ per il culo. Invece, dopo Cristoforo Colombo, gli Aristogatti, Shakespeare e Dante, vogliono cassare anche Diego Abatantuono, il Ras della Fossa: “Oddine de’ cciorno: il Debbo. La parola d’ordine, tant per campià, è sempr la stessa: viuleeenz! Siam putènt, possiamo fa’, se ci gir’ i ball, anche un goppe (golpe)! Cosa credi che cazz ci andiamo a fa’ a i stadio: pe’ divetticci?”. E partiva con la distribuzione di materiale bellico, biglie, mazze, bulloni (“so’ contati, non spaglià i’ coppo!”) e uova marce. Volete toglierci anche questo? Come avrebbe detto il Paron Rocco: ma andè in mona!

Max Del Papa, 24 maggio 2022