È il 7 luglio 2025. Gianmaria Favaretto, 19 anni, entra nell’aula d’esame del Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Padova. Ha già in tasca la sufficienza: 31 crediti, ai quali si aggiungono i 17 punti ottenuti al primo scritto e i 14 del secondo. Il calcolo è semplice: 62 punti, bastano per il diploma. Firma il registro, guarda in faccia la commissione e pronuncia una frase tanto educata quanto disarmante: «Grazie di tutto, ma questo colloquio non lo voglio sostenere. Arrivederci». Poi si alza e se ne va. Con qualche giorno di ritardo, Maddalena Bianchi, maturanda bellunese, lo copia paro paro: anche lei entra, saluta e rifiuta di sostenere la prova orale.
Le motivazioni differiscono nei dettagli ma coincidono nella sostanza: l’orale sarebbe per entrambi una farsa, una sciocchezza. “La scuola ci valuta ma non ci vede”, dice Maddalena in un’intervista. Due proteste rumorose, due gesti che non si sottraggono alla ribalta mediatica. Ma soprattutto due diplomi comunque ottenuti, nonostante il rifiuto di partecipare ad una prova importante, snobbando di fatto una commissione di docenti che era lì per ascoltarli.
Il moto rivoluzionario dei due ragazzi si rivela dunque, a conti fatti, una forma di assenso. Il famigerato “sistema” che si voleva denunciare, accusato di essere rigido, misurativo, meritocratico nell’accezione negativa del termine (esiste un’accezione negativa di meritocratico? Evidentemente…) ha fatto comunque sì che si diplomassero. Una protesta a costo e a impatto zero, visto che si è sostanziata in un rifiuto che però non ha comportato alcuna sanzione. Anzi, è proprio l’architettura che questi studenti contestano ad aver permesso loro di protestare in sicurezza, con il diploma garantito dal peso dei crediti. È una “disobbedienza autorizzata”, un dissenso che non costa nulla. Né fallimento né rischio: solo una ribalta, una narrazione strappalacrime da confezionare per la stampa.
Nel merito, poi, le accuse mosse all’orale appaiono quantomeno fragili. È certamente vero che l’esame di Stato ha le sue storture, ma l’orale non è un quiz, né un giudizio sommario: è un tentativo di valutare capacità argomentative, competenze trasversali, consapevolezza critica. Eliminare questo spazio in nome di un generico “benessere psicologico” o di una “scuola più empatica” significa amputare la scuola della sua funzione educativa. Se ogni difficoltà viene derubricata a trauma, se ogni valutazione è un’offesa personale, allora la scuola smette di preparare alla vita e al merito, smette di educare per ridursi a un centro di validazione emotiva. E quindi saranno tutti bravi e tutti meritevoli.
In conclusione, queste due scene mute all’orale non sono altro che protestucole notiziabili, colpi di scena autoreferenziali e largamente irrispettosi verso i professionisti deputati alla valutazione in sede d’esame. Non aprono un conflitto pedagogico serio, né propongono alternative credibili. Due manifestazioni che nel tentativo di smascherare il sistema, evidenziano quanto questo sia invece un ambiente comodo e protetto. Un atto comodo e insensato, uno sciopero del venerdì.
Tuttavia, stando alle ultime forti dichiarazioni del ministro dell’istruzione Valditara, dall’anno prossimo chi boicotterà l’esame orale di maturità verrà bocciato, indipendentemente dai crediti e dal punteggio totale accumulato precedentemente. Vedremo dunque dalla maturità 2026 se le barricate contro la tiranna scuola continueranno, o se questi scioperi petalosi, vista la carissima contropartita da pagare, si scioglieranno come neve al sole…
Alessandro Bonelli, 10 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


