
«Il mondo che il giorno di ferragosto si attende di vedere seduto sul proprio ombelico l’Ucraina, sarà un mondo deluso»: chiudevo un mio articolo pubblicato su “La Verità” lo scorso 15 agosto. Vista la generale – e prevista – delusione, mi sembra opportuno espandere sull’argomento.
Vien da sorridere, dopo il summit, ascoltare i più quotati commentatori a sostenere che «l’esito d’Alaska era facilmente prevedibile», quando fino a poche ore prima fantasticavano di «vertice storico» (Corriere della Sera). E mi taccio sulle terre-rare (una volta d’Ucraina, un’altra di Alaska e, se l’incontro si fosse svolto sulla Luna, sarebbero state terre-rare della Luna) che da quando Trump è stato eletto hanno occupato i titoli dei più venduti quotidiani italiani ed esteri. Sapessero l’abbiccì della chimica, saprebbero che le terre-rare non sono rare.
Il fatto – a mio modesto parere – è come segue. Abbiamo tutti noi vissuto in un mondo parallelo, raccontato ad arte a stampa e reti unificate che, dopo 8 anni – dal 2014 al 2021 – di colpevole silenzio, e successivi tre anni – dal 2022 al 2024 – durante i quali ci ha indottrinati sul racconto di una guerra che non esiste (il racconto, non la guerra), non riesce a far, come s’usa dire, autocritica. Pensate anche al linguaggio: «vertice storico» e tutte le altre cose spacciate come “storiche” il minuto dopo che accadevano o addirittura, come il caso di ‘sto vertice, prima ancora che accadessero. Quanta prosopopea: non gli sovviene che una cosa è dicibile “storica” se son passato almeno trent’anni dal suo accadimento. O no?
Nessuno che si fosse attenuto ai fatti. Dopo il silenzio di 8 anni, hanno fantasticato sul presidente russo in punto di morte e malato. Il che era non solo falso ma, soprattutto, irrilevante: in assenza di Putin, ci son pur sempre 150 milioni di russi, cosa bellamente ignorata. Comunque, Putin era lì, vivo e in gran forma, in Alaska. Non conosciamo cosa egli si sia detto con Trump, però conosciamo le parole che ha pronunciate in conferenza-stampa. Parole da vero capo di Stato, responsabile e umano, come fra poco noteremo.
E poi hanno fantasticato suonando come un disco rotto un’unica corda: «c’è un aggressore e un aggredito», ottusa visione manichea di una realtà più complessa. Anche se, tutto sommato, semplice e riducibile a minimi termini, se solo lo si vuole. Ed è Putin a dirlo nel suo discorso in conferenza-stampa: «Abbiamo sempre considerato la nazione ucraina, e l’ho detto più volte, una nazione sorella», parole che i reticenti per 8 anni e bugiardi per 3 anni sbertuccerebbero con facilità. Se non fosse che è lo stesso presidente russo ad aggiungere: «Per quanto possa sembrare strano in queste condizioni. Abbiamo le stesse radici e tutto ciò che sta accadendo è una tragedia per noi, una ferita terribile». Il racconto manicheo di tre anni non regge. Perché, insiste Putin, «è necessario eliminare tutte le cause primarie – in altre occasioni le aveva chiamate «le radici profonde» – di quel conflitto».
Taccio delle parole da esaltati sulla macchina bellica russa distrutta; e taccio anche delle ilari parole sui carrarmati russi che prendevano i pezzi da ricambio dalle lavatrici domestiche. Ma non possiamo tacere e non rammentare che hanno fantasticato, fino all’ossessione, di «pace giusta». Che naturalmente non significa alcunché, giacché l’unica pace giusta è quella che si stipula ora, immediatamente. Come? Lo ripete Putin da anni e lo ha ripetuto anche in Alaska: è necessario «prendere in considerazione tutte le legittime preoccupazioni della Russia, concordando che naturalmente anche la sicurezza dell’Ucraina deve essere garantita». Insomma, le garanzie di sicurezza in gioco attengono – come scriviamo anche qui da oltre tre anni – non alla sicurezza dell’Ucraina (e, men che meno dell’Europa), ma alla sicurezza della Russia.
Nel mio articolo su “La Verità” anticipavo che non di Ucraina ma di affari avrebbero parlato i due presidenti. Il principale dei quali, scrivevo, non sarà l’offerta di Trump a Putin delle terre-rare vaneggiate dai media mainstream, ma «potrebbe essere l’offerta di Putin a Trump dello sfruttamento congiunto delle risorse artiche, visto che oltre la metà della costa artica è della Russia, mentre gli Usa stanno solo in Alaska». Che le cose stiano così lo confermano le parole di di Putin: «Riteniamo che anche la cooperazione artica sia molto possibile, nel nostro contesto internazionale. Ad esempio, tra l’estremo oriente della Russia e la costa occidentale degli Stati Uniti».
Che dire delle parole di Trump? Sono parole che sembrano concordare con la nostra congettura del mondo parallelo in cui la narrazione mediatica ci ha fatto vivere. Eccole: «Siamo stati ostacolati dalla montatura mediatica su “Russia, Russia, Russia”. Questo ha reso le cose un po’ più difficili, ma Vladimir lo ha capito. Penso che probabilmente abbia visto cose del genere nel corso della sua carriera. Ha visto di tutto. Ma abbiamo dovuto sopportare la bufala sulla “Russia, Russia, Russia”. Lui sapeva che era una bufala, e io sapevo che era una bufala, ma ciò che è stato fatto è stato molto criminale, e ha reso più difficile per noi trattare come Paese».
Possiamo indovinare cosa si sono detti i due presidenti? Ci provo, e chi vivrà vedrà. Come ripeto dal febbraio 2022, questo conflitto si potrebbe chiudere, in qualunque momento, in un minuto: basterebbe che Washington non dia a Kiev un dollaro in più, sia esso d’oro o di piombo e dichiari di mai invitare l’Ucraina nella Nato. Questa mossa non giustificherebbe alcuna continuazione del conflitto da parte della Russia, soprattutto se Zelensky rispetta il “cessate il fuoco” che chiede assieme a quei capolavori di Bruxelles. Tutto verrebbe congelato. Ma la Russia non ha ancora il controllo al 100% delle quattro prefetture che pretende. Né Trump può avere la faccia per riconoscergliele, non dico in diritto, ma neanche di fatto, visto che di fatto Mosca non ne ha il pieno controllo. Immagino allora che Trump possa aver detto a Putin: se le vuoi, devi prendertele. Tutto ciò, direte, è molto cinico. Già, ma che altra parola usare per tutta questa vicenda?
In ogni caso, se avesse più cervello, Zelensky avrebbe una sola carta da giocare per mettere Putin con le spalle al muro e non dargli il destro per pretendere per intero le regioni ancora non del tutto sotto il controllo di Mosca: la carta della resa. Che è quel che titolavamo qui fin dal 23 aprile 2022: «Vi dico perché all’Ucraina conviene arrendersi». Ma quanto cervello ha Zelensky?
Franco Battaglia
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