Cronaca

Qui ci vogliono sacrosante manganellate

La colpa non è della polizia ma di quel milieu politico, ideologico, intellettuale, giornalistico, che si indigna ad ogni "carica"

assalto sede La Stampa da parte dei pro pal
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Che poi, a vederla per come è, per come stanno le cose, senza indorare, senza imburrare niente, è tutta una questione di bambocci. Una fottutamente banale, ridicola, patetica faccenda di ragazzini insopportabili. Bambocci sono i teppisti, i terroristi pro Hamas che coprono letteralmente di merda la redazione torinese de La Stampa, lordano sfasciano offendono. Bambocci sono i giornalisti che frignano invece di affrontarli alla Pozzetto cioè a calci nel culo. Bambocci i politici che fingono costernazione (e omettono di qualificare i responsabili, da loro coccolati e mantenuti). Bambocce le altissime, purissime, levissime istituzioni che denunciano, condannano, retoreggiano, la libera informazione, la democrazia, il presiduo di libertà. Ma quale presidio. Quello dei culi caldi e mollicci che non sanno più difendersi, che non conoscono più la dignità.

Stessa roba, cambiando scenario apparentemente, perché in realtà è sempre un problema di bamboccitudine, la lista “choc” al liceo Giulio Cesare di Roma con le compagne da violentare. Ma quale lista choc, sono dei mocciosi viziati che li fai piangere solo a guardarli: tutti pregiudicati morali, notori teppistelli, gente da 6 in condotta ma nessuno vuole dargli una salutare strigliata, non la scuola, non la dirigenza, non le famiglia, non la politica, non il Colle, non il Padreterno. E allora questi scemi che possono fare se non insistere, visto che gli va bene e magari diventano pure famosi, il che significa candidati?

Lo sapete, lo volete sapere chi c’era nel commando di “resistenti”, e qui ci vuole un asterisco, un richiamo, perché ne riparliamo tra poco, più sotto, più tremendi di Hamas, all’attacco della Stampa? Il sedicenne, e dico 16 anni, il pisciasotto di buona famiglia, o buona donna, viziato, benestante, di recente arrestato per il suo hobby di scagliarsi addosso ai poliziotti sapendo che non reagiscono: subito passato in fama di martire, di eroe, a dare interviste, a ricevere regalmente le varie Lelle e Ilaler. Eccaallà, direbbe Alberto Sordi. Un semplice, banale, volgare, patetico problema di educazione. Cioè di calci in culo. Alla fine si riduce tutto a questo. “Agh vòl dji sbaciuladi!”, come motteggiava mio nonno Sergio, mantovano purosangue, duro come un pioniere di quel far west che era la pianura padana un secolo fa. Serve la traduzione? “Ci vogliono le legnate”.

Poi dateci, datemi di fascista, non potrebbe importarmene meno. Visti i pulpiti, poi. Bamboccia l’indignazione bambocce le soluzioni. Che non ci sono. Che non si vogliono. Da 5 decenni, in crescendo, in sprofondando, non si vogliono. Col risultato che quando tutti i moduli educativi falliscono, resta, fatalmente, solo la soluzione nonno Sergio o don Camillo: “Signore, è unbastone di legno dolce, è pioppo, flessibile…”. Quella sì è democratica, per la tutela della società che si sfrangia, va a rotoli o, letteralmente, in merda. Invece il Valditara di turno, che certo non può auspicare le randellate (ma potrebbe magari accordarsi col collega Piantedosi per lasciarne piovere un po’ di più), ancora salmodia, l’educazione civica, i corsi, Gino Cecchettin. Secondo voi balordi di Askatasuna o fascistelli, quelli sì, da liceo-bene romano, si fanno impressionare da Gino, Lucianina e il resto del circo resiliente per gli affari propri?

“Askatasuna e Collettivo autonomo e Kollettivo autorganizzato”: ma che sarebbe ‘sta roba da immaturi, da farabutti che giocano ai teppisti prima di intrupparsi nelle redazioni, nelle televisioni, nelle case editrici, modello i rottami di Lotta Continua o dell’Autonomia che ancora ci ritroviamo sulle palle, finché provvidenzialmente non evaporano per raggiunti limiti di età e di parassitismo esistenziale? Nei regimi tribali passi, ma in democrazia non è accettabile, non è ammissibile che un manipolo di stronzi dai 15 ai 18, 20 anni penetri nel burro di una redazione, la copra di escrementi e se ne vada tranquillo e tronfio; una redazione di giornalisti senza spina dorsale, che li hanno sempre difesi, che fanno scrivere simpatizzanti di criminali, di stragisti, balordi giornalisti che poi frignano peggio dei loro figli putativi e di puttana perché scoprono che quei mocciosi non li rispettano, non calcolano il loro sconcio appoggio alla causa (di Hamas). E la colpa non è della polizia che non interviene quanto di un milieu politico, ideologico, intellettuale, giornalistico, che non permette nessun intervento, nessun argine.

E allora? Che vogliamo fare? Rassegnarci ad essere un Paese ostaggio dei ragazzini che giocano a fare gli Hamas? Lasciarli crescere fino a farli diventare terroristi veri, che è quanto, oscenamente, si sta facendo, tutti stanno facendo, partiti di sinistra e stampa di sinistra nella sostanziale indifferenza della destra? Continuare con gli esorcismi, coi travestiti in classe a insegnare educazione sessuale, con gli intolleranti ad impartire tolleranza, con l’eterno circo degli ipocriti? È andata male questa volta ai compagni de La Stampa che giocando agli apprendisti stregoni si sono accorti di avere allevato pischelli in tutto degni: questi almeno coerenti nella delinquenza, negli slogan deliranti, “giornalista terrorista sei il primo della lista”, così, senza distinguere, senza logica, senza riferimento, senza connessione: eccoli lì, i paladini dei palestinesi, gli umanitari marinari. Per loro, l’informazione è istintivamente da abbattere, è bersaglio a prescindere; e l’informazione li tiene su, li giustifica come tante mamme antifà, li scusa, li copre, siano pro Hamas, pro Bierre, pro maranza o con la scusa gretesca e grottesca del clima.

I nodi arrivano al pettine e le istituzioni fanno finta di niente, indulgono al solito gioco vittimistico, la lacrima facile, l’indignazione, la tutela dei presidi; ma nessuna società si regge senza la severità che ci vuole particolarmente quando gli argini sono travolti e la nave imbarca acqua tossica da tutte le parti. Ha detto Trump del terrorista che ne ha fatti fuori due della Guardia Nazionale: “Sappiamo che sei conciato male, ti abbiamo ferito, ma lo stesso se vivi la pagherai carissima”. Poi dategli del folle, ma c’è più patriottismo nella sua sbroccata che in tutti i proclami nazionalistici da balconcino o da educazione civica o da Cecchettin che girano qua.

Perché questa indignazione senza bersagli, con bersagli dirottati, pretestuosi, è maleodorante, è ridicola? Perché è pro domo, perché nessuno osa auspicare il pugno duro e durissimo; perché le misure repressive, autenticamente fasciste per quanto adottate da governi di sinistra, le si usavano con gli inermi contro il green pass, con quelli che, seduti in terra a rivendicare la libertà dei cittadini, garantita dalla Costituzione, venivano investiti dagli idranti, dalle manganellate della polizia in assetto di guerra (molti ne hanno ancora i rimorsi, ma erano costretti), dalle infinite vessazioni; e la stampa progressista e umanitaria, la stampa de la Stampa e di Repubblica, che oggi piangono, allora si compiaceva delle violenze, ne invocava di più, sempre di più, si inchinava, si genufletteva davanti ai potenti grandguignoleschi che mandavano a far mattanza, macelleria messicana.

Se è lecita una parentesi personale, sto girando con un monologo teatrale che ricorda la faccenda: quando rileggo i commenti dei giornalisti, i quali pretendevano vagoni piombati, torture, lager, deportazioni, omicidi, io stesso fatico a crederci ancora, e nel pubblico cominciano a piangere, memori di una umiliazione che non si sana, di un trauma che non passa. Per cui ribadisco che la mia solidarietà i non tanto colleghi della Stampa sanno dove mettersela. E pazienza se passo in fama di ignobile, non avrò il dono della diplomazia, in compenso il Padreterno mi ha lasciato quello della sincerità.

L’irruzione alla Stampa è il prodotto dell’informazione de la Stampa, con la non trascurabile conseguenza che questa situazione non si confina alle loro beghe, ai rapporti causa effetto, peggio per loro, affari loro: si dilata a travolgere un Paese e di questo terrorismo a prato basso certi signori che scrivono da irresponsabili e fanno scrivere autentici provocatori e peggio, portano tutta la colpa.

Servirà la lezione ai compagni giornalisti progressisti? Diremmo di no, se hanno subito cominciato a dirottare cause, colpevoli, a cavarne una penosa speculazione politica, a fare di tutto per non vedere, per non capire, per insistere negli stessi errori. Diremmo di no se la lezione da trarne, secondo questa inqualificabile, insostenibile Francesca Albanese, è che i giornalisti debbono imparare, deve servirgli da monito: le stesse, identiche cose che si sentivano cinquanta anni fa dai brigatisti, colpirne uno per educarne cento e qui torna l’asterisco di cui sopra: davvero il sottile, segaligno Travaglio, il giornalista torinese Travaglio, demiurgo della Albanese, non ha niente da dire? Da dirle? Neanche consigliarle di darsi una calmata? Davvero ha rinnegato così, per trenta sicli, l’insegnamento e la memoria del suo assai presunto, assai millantato maestro Montanelli?

Max Del Papa, 29 novembre 2025

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