Ci voleva talento. Perché riuscire a dissipare in meno di vent’anni un patrimonio economico, culturale, simbolico e popolare costruito dalla famiglia Agnelli in oltre un secolo sembrava impossibile. E invece John Elkann, con pazienza notarile e freddezza finanziaria, è riuscito nella titanica impresa.
L’ultima fotografia di questo declino ha quattro ruote e un nome che sembra uscito da un brainstorming senz’anima: “Ferrari Luce”. Un prodotto che, per molti appassionati, rappresenta l’esatto opposto di ciò che Ferrari è stata nella sua storia: visceralità, ossessione meccanica, eleganza feroce, identità italiana. E non è soltanto una questione estetica. È la sensazione che anche l’ultimo tempio rimasto intatto dell’universo Agnelli stia diventando un marchio globale senz’anima, progettato più per gli algoritmi della finanza che per gli uomini che hanno il Cavallino nel sangue.
Ed è qui il punto: John Elkann non ha ereditato semplicemente delle aziende. Ha ereditato dei simboli. E i simboli non si amministrano come un fondo d’investimento.
La galassia costruita dagli Agnelli era piena di contraddizioni, certo. Ma possedeva una forza precisa: produceva identità. Fiat era Torino. Ferrari era il mito italiano della velocità. Lancia rappresentava l’ingegneria raffinata e sperimentale. Alfa Romeo era passione meccanica e sportività popolare. Juventus era insieme popolo, potere e ossessione per la vittoria. Persino Repubblica e La Stampa incarnavano un pezzo riconoscibile del dibattito culturale e politico italiano.
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Oggi basta guardare l’elenco delle realtà passate sotto la gestione Elkann per cogliere il senso di un declino generale: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Magneti Marelli, Comau, Iveco, Juventus, Scuderia Ferrari, Repubblica, La Stampa. Realtà diversissime tra loro, ma accomunate da una sensazione sempre più evidente: perdita di identità, ridimensionamento, alienazione dal proprio pubblico storico, smarrimento della propria funzione originaria. Come se tutto ciò che tocca la galassia Elkann finisse lentamente trasformato in qualcosa di più freddo, più globale, più finanziario e inevitabilmente più vuoto.
Il problema, però, non è soltanto economico. È culturale.
Gli Agnelli — con tutti i loro limiti — avevano un’ambizione quasi monarchica: lasciare un segno nella storia italiana. Elkann sembra invece incarnare il paradigma del manager contemporaneo: minimizzare il rischio, internazionalizzare tutto, neutralizzare i conflitti, compiacere i mercati. Ma aziende come Ferrari o Juventus non possono essere gestite soltanto con la logica del rating e della governance. Perché vivono di passione, identità, appartenenza. Ed è infatti questo il sentimento sempre più diffuso tra ex dipendenti, tifosi, appassionati e osservatori: alienazione.
Ferrari non viene contestata perché evolve. Ferrari viene contestata quando sembra smettere di sapere cosa sia. È una differenza enorme. Nessun ferrarista pretende di vivere nel 1975. Ma chi ama Ferrari pretende che il marchio continui a trasmettere ciò che Enzo Ferrari aveva costruito: ossessione tecnica, brutalità competitiva, bellezza irripetibile. Quando invece il prodotto appare pensato soprattutto per soddisfare mercati, trend ESG, focus group e investitori internazionali, allora si rompe qualcosa.
E il paradosso finale è che John Elkann verrà probabilmente celebrato dai mercati come un manager razionale, prudente, moderno. Bilanci, fusioni, valorizzazioni finanziarie, governance globale: tutto impeccabile. Ma la storia industriale non si misura soltanto con i report trimestrali. Si misura con ciò che sopravvive nell’immaginario collettivo.
E, sotto questo aspetto, l’impressione è devastante: l’uomo che avrebbe dovuto custodire l’eredità Agnelli passerà probabilmente alla storia come colui che l’ha svuotata dall’interno, lentamente, elegantemente, irreversibilmente.
Salvatore Di Bartolo, 27 maggio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


