
Secondo quanto rivelato venerdì scorso in diretta dall’ottimo Emanuele Canta, inviato di Mattino 5, uno dei sette indizi che hanno portato alla condanna di Alberto Stasi, ovvero il controverso Dna della fidanzata rinvenuto sui pedali della sua bicicletta, sarebbe stato messo in discussione dalla nuova indagine.
In particolare, in base a ciò che sarebbe scaturito dalla consulenza del genetista Carlo Previderé, troverebbero piena conferma le tante perplessità che sono emerse nel tempo in merito all’intricata questione dei pedali.
L’elemento più clamoroso, che chi segue il caso conosce da tempo, è legato alla elevata quantità di Dna rinvenuto sul reperto, identica a quella trovata sul cucchiaino dell’ultima colazione fatta dalla povera Chiara Poggi. Una medesima quantità – per la cronaca di 278 picogrammi – analoga a quella repertata sui pedali che, secondo quanto riportato dal giornalista di Mediaset, sul piano scientifico rappresenta una anomalia quasi impossibile.
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Tant’è che successivamente, nel corso di Ignoto X, in onda su La7, il conduttore Giuseppe Rinaldi, ha chiesto lumi a Pasquale Linarello, storico consulente di Stasi, limitandosi a chiedere prudenzialmente – il nostro ha specificato di non volersi esporre al rischio di una querela – se non sia stato possibile, durante la prima indagine, uno scambio di vetrini in laboratorio del tutto involontario. “E qui mi fermo”, ha ribadito il popolare giornalista, dando ad intendere che il suo pensiero, ma anche il nostro – su cui nessuno potrà mai sindacare – potrebbe andare ben oltre la semplice e fortuita contaminazione.
Per ora ci fermiamo anche noi, sebbene le cose che stanno lentamente ma inesorabilmente uscendo in merito alla citata prima indagine fanno presagire uno scenario che definire esplosivo è forse ancora poco. Staremo a vedere.
Claudio Romiti
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