Nel primo focus abbiamo isolato il problema: raggiungere e riqualificare gli adulti che già lavorano, frenati da ostacoli quasi sempre pratici — orari, distanza, conciliazione con la famiglia, che pesano per oltre il 60% sulle rinunce alla formazione. La buona notizia è che la soluzione non va inventata: esiste da mezzo secolo e altrove è diventata mainstream.
Il caso capostipite è britannico. La Open University nasce nel 1969 come prima università a distanza al mondo, con una missione esplicita: dare una laurea a chi aveva ‘saltato’ l’università tradizionale. Oggi, con circa 124-133 mila iscritti, è il più grande ateneo del Regno Unito; intorno al 70% degli studenti universitari lavora a tempo pieno e oltre 50 mila sono finanziati dal proprio datore di lavoro. È il prototipo della formazione integrata con l’occupazione: si studia mentre si lavora, spesso su impulso dell’azienda.
Negli Stati Uniti il modello è stato spinto oltre. La Western Governors University, fondata nel 1997 da diciannove governatori, conta oggi oltre 180 mila studenti ed è il più grande ateneo del Paese. Il suo tratto distintivo è la formazione basata sulle competenze: si avanza dimostrando di padroneggiare una materia, non accumulando ore d’aula, così chi ha già esperienza sul lavoro accelera. Le lauree si concentrano nelle aree a maggiore domanda — informatica, sanità, economia, insegnamento — con un tempo mediano per la laurea triennale di circa due anni. Un allineamento diretto tra offerta formativa e fabbisogno del mercato.
La scala del fenomeno è globale: in India la IGNOU supera i tre milioni di iscritti, in Sudafrica la UNISA i 400 mila. La formazione universitaria a distanza, nel mondo, è uno strumento ordinario di accesso e riqualificazione, non un ripiego di seconda fascia.
In Italia questo stesso strumento ha un nome: università telematiche. I numeri servono qui a misurare l’adozione della soluzione, non a celebrarla. Gli iscritti sono passati da 52.118 nell’anno accademico 2013/2014 a 309.368 nel 2024/2025 — quasi il 470% in più in un decennio — e rappresentano oggi il 15,3% di tutti gli universitari italiani. Il dato che più conta, però, è un altro: secondo l’Osservatorio AteneiOnline, per il 45,1% dei laureati telematici, senza la didattica digitale il titolo sarebbe rimasto irraggiungibile. Esattamente la funzione della Open University: portare la laurea a chi altrimenti ne sarebbe rimasto fuori.
E come nel modello americano, le telematiche presidiano proprio le aree del mismatch — informatica, ingegneria, economia — e trasferiscono competenze digitali quasi per costruzione, dato che l’intero percorso si svolge su piattaforme. Resta la domanda che anche all’estero ha accompagnato la crescita di questi atenei: il metodo regge alla prova dei risultati e della serietà della valutazione? È il tema del terzo e ultimo focus.
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