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Focus formazione e lavoro/1

Formazione continua, l’Italia in fondo alla classifica Ue. E a pagare è il mercato del lavoro

Focus università telematiche - prima uscita
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Partiamo dai numeri, perché fotografano un ritardo che l’Italia si trascina da anni. L’Unione europea ha fissato due traguardi per l’apprendimento permanente: entro il 2025 almeno il 47% degli adulti tra i 25 e i 64 anni dovrebbe aver seguito un’attività di istruzione o formazione nei dodici mesi precedenti, quota che sale al 60% entro il 2030. Formare gli adulti lungo tutto l’arco della vita lavorativa non è più un tema di nicchia: è diventato un indicatore di competitività di un sistema economico.

Su questo terreno il nostro Paese arranca. La partecipazione ad attività di istruzione formale riguarda circa il 4% della popolazione 25-64 anni, contro una media UE del 6,3%, e colloca l’Italia al 21° posto tra i ventisette Stati membri. Misurata sulle settimane immediatamente precedenti l’intervista, la partecipazione degli adulti resta poco sopra il 10%, sotto la media europea.

Il confronto internazionale rende il divario ancora più evidente. Nei Paesi nordici la formazione continua è un’abitudine di massa: nel 2024 la partecipazione degli adulti sfiora il 37,5% in Svezia, supera il 31% in Danimarca e il 29% in Finlandia, contro il poco più del 10% italiano. Sul parametro dei dodici mesi, in Svezia, Danimarca, Estonia e Finlandia più di un adulto su due si forma nell’arco dell’anno. Non è (solo) una questione di risorse: quei Paesi hanno costruito infrastrutture stabili per riqualificare chi è già nel mercato del lavoro.

Il rovescio della medaglia, in Italia, si legge proprio sul lavoro. Secondo il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel 2025 la quota di entrate di difficile reperimento per le imprese si è attestata attorno al 46,8%: quasi una posizione su due. Le entrate difficili da coprire sono passate da circa 1,2 milioni prima della pandemia a 2,6 milioni nel 2024, con un aumento di oltre 20 punti percentuali rispetto al 2019. La causa prevalente indicata dalle aziende è la mancanza di candidati con le competenze richieste, soprattutto tra i profili tecnici: nei servizi informatici e delle telecomunicazioni la difficoltà sfiora il 49,5%.

E la pressione crescerà. Le proiezioni CNEL-Unioncamere per il quinquennio 2025-2029 stimano un fabbisogno tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori, con circa il 74% concentrato nei servizi. Un divario simile non si colma con i soli nuovi diplomati e laureati: impone di riqualificare chi è già al lavoro. È il punto in cui la carenza di formazione continua e lo squilibrio del mercato smettono di essere due problemi distinti e diventano lo stesso problema.

La domanda operativa, allora, è una sola: come si raggiungono quegli adulti che le statistiche indicano come i più difficili da intercettare? Su questo l’Italia non deve inventare nulla. Basta guardare a come altri Paesi hanno affrontato lo stesso nodo, con uno strumento rodato da mezzo secolo. È il tema del secondo focus.

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