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Come tre leader sovranisti hanno spiazzato l’Europa progressista

Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia

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Debbo dire che ho trovato sempre stucchevole e retorica la ripetizione di una frase pronunciata da Jean Monnet nel 1954, il quale allora prevedeva che l’Europa si sarebbe fatta nelle crisi e non nei momenti di normale stabilità. Forse però questa volta la previsione potrebbe avere un suo senso e verità: il viaggio in treno verso Kiev dei presidenti di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia potrebbe assumere un alto valore simbolico sulla strada travagliata che conduce a questo parto. Provo a sintetizzare il mio ragionamento in nove punti.

1. Il progetto europeo ha mille ragioni dalla sua parte: sia di convenienza, perché oggi in una dimensione globale staterelli per sé presi contano molto poco; sia anche ideali, perché è indubbio che un comune orizzonte culturale, pur nelle differenze specifiche, accomuna i nostri Stati e li differenzia da quelli delle altre parti del mondo.

2. Una cosa è però il progetto europeo, un’altra è come esso si è sviluppato come Unione Europea a partire soprattutto dal Trattato firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992. In sostanza l’Europa che ne è venuta fuori:

  1. ha accantonato ogni idea culturale di identità e specificità puntando dritto ad un proceduralismo normativistico e regolatorio senza anima: il trionfo del razionalismo astratto e del costruttivismo inviso ai liberali;
  2. ha generato una sorta di omologazione e conformismo, comprimendo quelle specificità e diversità che in un orizzonte comune hanno fatto grande la civiltà europea,
  3. ha abbandonato ogni idea che rendesse l’Europa capace di difesa autonoma e di autosufficienza energetica, rendendola dipendente per una parte dagli Stati Uniti e per l’altra dalla Russia. Il tutto mentre velleitariamente ci si voleva distinguere dai primi per una sorta di antiamericanismo strisciante che dimenticava i comuni valori occidentali. Insomma poca Europa dove ce ne sarebbe voluta di più; troppa ove invece ce ne voleva poca o pochissima;
  4. non scaldando gli animi in quanto progetto meramente amministrativo e burocratico, di élite tecnocratiche e di funzionari, il deficit democratico delle istituzioni europee che ne è scaturito era nella logica delle cose.

3. A un certo punto si è individuato in una versione radicale dell’ecologismo una sorta di surrogato per dare all’Europa il bergsoniano “supplemento d’anima” che le mancava. Il tutto inserito in un orizzonte di ipercostruttivismo e ideologismo, frutto soprattutto del predominio culturale delle forze progressiste (con la sponda dei popolari alla Merkel e alla Van der Leyen).

4. In questo contesto, sempre ad un certo punto, la protesta è montata e si è espressa soprattutto con il sopraggiungere di forze e Stati definiti genericamente “sovranisti” (e fra di essi soprattutto quelli dell’Est che di progetti ideologici e costruttivisti avevano avuto ben altra e tragica esperienza nella storia recente).

5. Il sovranismo, pur non essendo un movimento compatto e identificabile “in positivo”, avendo anzi spesso idee contraddittorie e confuse, ha comunque “in negativo” svolto una “funzione liberale”, e cioè di critica dello stato di cose che si era venuto a creare.

6. Le forze “progressiste” al potere a Bruxelles si sono in un primo tempo arroccate e hanno ancor più radicalizzato la loro visione ideologica. In particolare, facendo in qualche modo coincidere le loro idee di parte con l’intero campo di gioco, e quindi escludendo e stigmatizzando chi aveva una posizione legittimamente diversa su certe cose. È in quest’ottica che i Paesi sovranisti sono stati messi all’indice in un calderone che ha messo insieme alcune imperfezioni evidenti nel funzionamento come Stati di diritto di quei sistemi (imperfezioni non esenti in qualche misura, senza dubbio minore, anche nei Paesi dell’Ovest europeo e connessi con la “crisi della democrazia”) con il predominio in essi di idee diverse e più tradizionaliste su tematiche etiche tipo l’aborto.

Questioni, in verità, sulle quali, in una “società aperta”, ci si dovrebbe confrontare e non delegittimare l’avversario. In sostanza, si sono messe le istituzioni al servizio di un’ideologia. E chi non era progressista era per ciò stesso bollato antieuropeo. Era evidente che solo in un’ottica di dialogo e non escludente verso i Paesi dell’Est e verso le idee conservatrici poteva nascere una Unione plurale ma compatta sui valori della “società aperta” e del liberalismo (che non coincidono con quelli dell’ideologia liberal). Un’Unione che non può fare a meno di quella parte dell’Europa che aveva conosciuto il totalitarismo comunista e che, come scrive Giovanni Sallusti, “posseggono per esperienza la distinzione tra vivere liberi e sopravvivere schiavi”.

7. La guerra può perciò fungere da acceleratore di questo processo di rafforzamento ma anche democratizzazione dell’Unione Europea, dopo che già la pandemia aveva fatto del suo con la messa in congelatore tendenziale del Patto di stabilità (altra richiesta avanzata spesso a suo tempo dai sovranisti), divenuto in mano agli “europeisti” una sorta di totem.

8. La guerra, con la crisi energetica che minaccia, ha fatto rivedere la forzata transizione ambientalistica messa in cantiere (da Piano quinquennale di sovietica memoria verrebbe voglia di dire) e ora riunisce tendenzialmente i Paesi dell’Est a quelli dell’Ovest in una comune lotta all’autocrazia putiniana. Con l’accoglienza sostanziale dei profughi e con il viaggio simbolico a Kiev, i leader di Polonia e affini dimostrano di non essere antieuropesti come li si era voluti dipingere.

9. Il cleavage europeisti-sovranisti sembra un retaggio di un’epoca lontana. Che non lo sia del tutto, e non solo cronologicamente, stanno però a dimostrarlo i tanti “orfani” dell’una e dell’altra parte che ancora circolano. Ieri mattina, ad esempio, su Repubblica, Andrea Bonanni scriveva, a proposito di Varsavia e Lubiana, quasi con rammarico, che “ora che la Storia dà loro ragione in politica estera, la tentazione di sfruttare questo successo anche per mettere in secondo piano le divergenze di politica interna sulle loro deviazioni autoritarie e anti-europee è troppo forte per potervi resistere”. Che è un modo di fomentare la divisione invece che augurarsi un franco (e non interessato) dialogo. La vera “guerra culturale” non è quella in seno all’Europa, ma quella globale fra le autocrazie (quelle vere) e gli Stati e i popoli che aspirano ad essere parte del mondo libero.

Corrado Ocone, 17 marzo 2022