Cronaca

Confini aperti, sicurezza dimenticata: il cortocircuito del Vaticano

La dottrina del Papa sui confini si scontra con la sicurezza degli Stati e con la responsabilità della politica verso i cittadini

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“Prima dei confini ci sono le persone”. L’ha detto il Papa alla conferenza di Rimini. Dopo il teatrale affaccio sulla porta d’Europa a Lampedusa, il tema torna con insistenza. In tesi, un qualsiasi Stato, fondato sui noti tre pilastri simultanei e imprescindibili, un popolo, un governo e un territorio, può tranquillamente collassare rinunciando al proprio perimetro. I confini non sono “muri ideologici” come crede Leone XIV; sono la linea esatta che delimita il dovere di protezione che lo Stato ha verso i propri cittadini. Entro quella linea, lo Stato esercita un potere sovrano, per garantire sicurezza, ordine pubblico e benessere.

Chiedere a un Paese di rinunciare al controllo delle proprie frontiere in nome di un principio universalistico significa, nei fatti, invitarlo al suicidio istituzionale. Il paradosso si fa totale se si considera che lo Stato della Città del Vaticano, pur minuscolo, applica queste regole di esclusione e cittadinanza con una rigidità che farebbe impallidire qualsiasi ministero dell’Interno occidentale.

Esigere dagli altri la dissoluzione di quel confine che garantisce la propria sopravvivenza non è più teologia: è disconnessione dalla realtà giuridica globale. Le parole del Pontefice a Rimini si inseriscono in una narrazione ormai consolidata, ma anche in una faglia logica e politica che merita di essere evidenziata. Dal punto di vista della comunicazione strategica e della psicologia delle masse, questa presa di posizione non è neutra: sposta l’asse del dibattito pubblico su un piano puramente emotivo, sottraendo alle istituzioni democratiche la legittimità di un compito fondamentale, che è quello di proteggere i propri confini, per i propri cittadini.

Detto per inciso, lo Stato della Città del Vaticano contraddice le ideologie. Un’enclave sovrana protetta, a partire dalle storiche Mura Leonine, da bastioni imponenti e accessi blindati. Una realtà in cui la cittadinanza è legata esclusivamente all’incarico lavorativo o diplomatico e l’immigrazione o la permanenza non autorizzata non sono semplicemente contemplate.

Quando una guida spirituale che governa uno Stato di fatto inaccessibile chiede ad altri Stati di superare il concetto di confine, si crea un cortocircuito logico. La “responsabilità morale” ricade solo sugli Stati sovrani. I costi sociali, economici e i rischi di sicurezza, comprese le infiltrazioni estremiste più volte segnalate dai Servizi, vengono scaricati sulle democrazie occidentali.

In Italia la politica tutta è ostaggio di questa narrazione. La sua forza agisce come una morsa psicologica e tutto l’arco parlamentare si paralizza in due riflessi condizionati: la Sinistra capitalizza la spinta universalistica del Papa per legittimare un’idea di accoglienza senza filtri, ignorando le complessità gestionali e i rischi legati all’estremismo radicale. La Destra, culturalmente e storicamente legata ai simboli del cattolicesimo tradizionale, si trova in scacco matto: per non allontanarsi dall’elettorato credente, finisce per assecondare o tollerare narrazioni che urtano frontalmente con il proprio mandato.

Il risultato è un’aberrazione: lo Stato sovrano rischia di rinunciare alla propria funzione regolatoria pur di non entrare in conflitto con una leadership spirituale che, nei fatti, non risponde delle conseguenze pratiche delle proprie parole.

L’esempio più plastico di questa prigionia psicologica e culturale si è consumato sull’asse Washington-Roma. Quando Donald Trump, con la sua consueta e ruvida originalità, ha rotto il tabù diplomatico accusando apertamente il Vaticano di una politica estera dannosa per la sicurezza degli Stati, il governo italiano ha reagito con un riflesso immediato: Meloni, a difesa del Pontefice, ha subito definito “inaccettabili” le parole del leader americano.

Dunque, pur di non incrinare la vicinanza al cattolicesimo, si preferisce censurare chi ricorda l’ovvio, ovvero che la sicurezza nazionale richiede fermezza e non utopie globali. Si sceglie di compiacere una guida spirituale che, intanto, tira dritta per la sua strada.

Di più: possiamo dire realmente che questo sia spirito cattolico? Se i confini sfumano e la difesa dell’identità culturale e della sicurezza nazionale vengono ritenuti disvalore, si pone una domanda essenziale: siamo di fronte a una guida spirituale impegnata a preservare le radici e la comunità che rappresenta, o a una leadership eclettica e globalista che persegue un’agenda umanitaria universale, slegata dalle contingenze degli Stati? E se il rischio del radicalismo è reale – e la storia recente dimostra che la porosità delle frontiere è il primo veicolo di vulnerabilità – un leader, sia pure spirituale, non può ignorare la legge di causa ed effetto. Se la visione del Papa legittima implicitamente la dissoluzione dei filtri di sicurezza, allora i cattolici stessi dovrebbero sentirsi chiamati a una scelta di maturità: scindere il dogma della fede dalla gestione della cosa pubblica.

A Rimini, il Pontefice ha anche esortato a “smascherare i poteri ingiusti”. Ma il primo potere ingiusto potrebbe diventare quello che pretende di imporre obblighi morali unilaterali, ignorando le minacce asimmetriche del nostro tempo. Non si possono smascherare i poteri dimenticando che le frontiere filtrano anche il fanatismo e l’estremismo ideologico, pericoli reali che i nostri Servizi di Sicurezza continuano a monitorare. Lo sa il Pontefice? La giustizia non può essere parziale: non si difende l’essere umano se, per tutelare chi bussa ai confini, si accetta il rischio di sacrificare i diritti, le libertà civili e l’incolumità di chi quei confini li abita.

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La politica e la cittadinanza non possono vivere di soli assoluti morali. Un Paese reale ha bisogno di infrastrutture, controlli, intelligence e tutele per chi abita dentro i confini. Riconoscere il ruolo del Papa come figura spirituale non significa concedergli il diritto di dettare le agende di sicurezza internazionale, specialmente quando quelle stesse agende verrebbero respinte alle porte di Piazza San Pietro. È tempo che la politica indossi una veste laica e ritrovi il coraggio delle proprie responsabilità.

E poiché non si può imporre a un leader, men che meno spirituale, cosa dire o non dire, possiamo solo augurarci che i governi prendano le distanze necessarie e legittime da certe posizioni. Spetta alla politica spiegare, anche ai cattolici con linguaggio cristiano, la piena legittimità della propria politica. Cristo non ha mai accettato altri dei, nemmeno quando – come ricorda una scena del film “La sacra Famiglia” – avrebbe potuto fingere per guarire Maria di Magdala in fin di vita. Non è sceso a compromessi con l’identità.

Per noi, invece, il rischio di trovarci a dover adorare altri dei, sacrificando la nostra storia e la nostra cristianità, è tragicamente prossimo. Se il Pontefice non comprende questa dinamica, allora quella predica si può, molto cristianamente, lasciar andare. Per lasciare respirare chi, dentro i confini vive e sui confini conta.

Teresa Casamichela, 23 agosto 2026

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