Politica

CONTE AVVERTE ELLY SCHLEIN

Il leader 5 Stelle affronta Atreju, la segretaria Pd evita il palco. E il sogno "campo largo" sembra sempre più distante

Giuseppe Conte Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Giuseppe Conte non perde occasione per ribadire un concetto semplice, quasi brutale: nel cosiddetto campo largo il leader c’è già. Ed è lui. Elly Schlein, invece, continua a inseguire. Con disciplina, con pazienza, qualcuno direbbe persino con una certa dose di mortificazione politica. Ad Atreju questa dinamica è andata in scena in modo plastico, sotto gli occhi dei militanti di Fratelli d’Italia.

Il campo largo sbarca alla kermesse della destra e, paradossalmente, finisce per rafforzarla. Perché vedere insieme Conte, Renzi, Calenda, Bonelli e Magi sul palco che è stato per anni il tempio identitario della destra meloniana, mentre la segretaria del Pd resta a casa, dice molto più di mille analisi. Dice che il centrosinistra non solo non è unito, ma non ha neppure deciso chi comanda.

La Schlein rinuncia al confronto a tre proposto da Giorgia Meloni. Ufficialmente per evitare trappole comunicative. In realtà, l’impressione è un’altra: evitare di esporsi, evitare di essere schiacciata tra una premier politicamente solida e un ex premier che, piaccia o no, sa stare sul palco. E infatti, l’assenza pesa come un macigno. Tanto che Augusta Montaruli non si lascia scappare l’assist, rivendicando il “coraggio” di Conte e sottolineando chi invece “scappa”. Applausi convinti. Non di cortesia.

Conte, dal canto suo, gioca la partita con freddezza. Si prende applausi e fischi, senza scomporsi. Attacca Meloni sulla politica estera, si becca le contestazioni quando parla di sudditanza verso Washington, ma risponde da consumato animale politico: “Se volevate sentire la musica di sempre, non dovevate invitarmi”. Una frase che strappa qualche applauso e dimostra una cosa: Conte non va ad Atreju per piacere. Ci va per marcare il territorio.

E lo fa anche quando parla di Superbonus e pandemia, chiamando in causa Mario Draghi. Tema delicato, perché tocca nervi scoperti sia a destra sia a sinistra. Ma Conte sa che lì può dividere, e dividendo rafforzare la propria centralità. Alla fine, l’applauso arriva. Non caloroso, ma rispettoso. E poi selfie, strette di mano, giri tra gli stand. Un leader che non ha paura di stare in mezzo al “nemico”.

E Schlein? Assente. Evaporata. Quando Conte viene incalzato sulla sedia vuota, ribalta la questione con eleganza velenosa: la padrona di casa era Meloni, l’invito lo aveva fatto lei. Tradotto: io ci sono, gli altri decidano cosa vogliono fare. E sul futuro, nessuna concessione. “Noi non siamo alleati con nessuno”. Altro che campo largo. Qui scricchiola tutto. Qui siamo al cantiere 5 Stelle, con tanto di cartello “lavori in corso”. Con buona pace di chi assicura unità, visioni simili, progetto per battere “le destre”.

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Il messaggio è chiarissimo: se ci sarà un’alleanza con il Pd, sarà alle condizioni di Conte. Programmi, battaglie storiche, etica pubblica, legalità. E soprattutto, il nodo finale: il candidato premier “più competitivo” verrà scelto solo dopo. Tradotto ancora una volta: Elly si accomodi pure, ma sappia che il banco lo gestisce un altro.

La scena di Atreju restituisce una fotografia impietosa del centrosinistra. Da una parte un leader che si muove con sicurezza, che accetta il confronto anche in casa d’altri, che punta apertamente alla leadership. Dall’altra una segretaria che sembra pronta a tutto pur di tenere in piedi un’alleanza, anche a costo di chinare il capo. Conte tira dritto. Schlein segue. E Giorgia Meloni, dal palco, osserva divertita. Perché quando gli avversari si presentano così, la partita diventa molto più semplice.

Franco Lodige, 14 dicembre 2025

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