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La trasformazione di Giuseppi

Conte si fa Che Guevara: “Rave party? Pensate a Predappio”

Il leader del M5S sposa la linea sinistroide: sembra Lula, ma con la pochette

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Beppi Conte si è montato la testa e si crede Lula, con la differenza che il triplice premier brasilero è, in confronto, un moderato: col suo ciuffetto metrosexual il nostro giurista di Volturara Appula fa fuoco e fiamme sulle questioni le più varie spaziando dalla pandemia, da lui gestita con collaboratori quali Speranza e Arcuri, quello delle primule, ai raduni fuorilegge, ecco qua la perla: il raduno di Predappio come (ma per lui peggio) del rave party di Modena, “ok la stretta [su quest’ultimo] ma allo stesso tempo ci aspettiamo dal Viminale una parola chiara sulle duemila camicie nere dove inni fascisti hanno evidenziato – qualora ve ne fosse bisogno – la labile linea di confine che divide la ‘nostalgia’ dalla ‘apologia’”.

Gne gne gne. Avvocati e magistrati, notoriamente, scrivono da cani e, quando abbondano in virgolette inutili, i cani sembrano pure ubriachi (il guaio è che questi scrivono in quantità da far impallidire Simenon). Quindi già la forma è questurina, pare uscita da un brogliaccio, “e guandungue e gomungue…”. Ma è il concetto, proprio, a latitare: giustaporre il tetro folklore da marcia su Roma ai balordi da rave più che mala fede è mala logica, è sconclusionato. Per la semplicissima ragione che i nostalgici, senza virgolette, potranno pure infastidire e riuscire indigesti (moltissimo per chi scrive, ad esempio), ma, finché stanno lì, a lucidare i fantasmi, buon per loro; a Modena c’era invece un pregiudizio attuale, agitato, lo ribadiamo a scanso di equivoci, dalla sinistra balorda che, sottovuoto spinto di argomenti, ritiene di fare “opposizione, opposizione, opposizione” con la Lotta Discontinua alla Sapienza e le cantine sociali a cielo aperto dei nemici del merito, della democrazia e del sapone. I quali, a differenza dei patetici nostalgici neri, bloccano tutto, paralizzano il traffico, invadono l’altrui proprietà, rompono i coglioni e dicono: la legge è quello che dico io.

Provocazioni che hanno fruttato altre due figuracce nel giro di poche ore per il povero Letta continua (disgraziatamente per il Pd): la prima ha confermato il velleitarismo bamboccioso dei fuoricorso a vita che, dopo una estenuante resistenza (a cosa? Alle reazioni avverse da canna?) di 48 ore, hanno sospeso baracca e burattini (cioè loro stessi) per riparare al buen refugio di Capalbio o dei Parioli. La seconda perché il nuovo ministro dell’Interno Piantedosi ha confermato di essere un ministro, facendo risaltare la differenza abissale con la prececessora Lamorgese che i festaioli in acido li faceva addirittura scortare dalle forze dell’ordine.

E Conte che ti fa? Li difende, intentendo scavalcare a sinistra il Politburo sgangherato: ignora che, a sinistra della sinistra, c’è il baratro. Joe Conte era meglio come avvocato devoto, adesso si crede di poter fare lui i miracoli direttamente, invece opera solo tante di quelle cazzate che la metà basta. Il benaltrismo dei reduci saloini per giustificare i barboni modenesi da rave ha lo stesso senso che prender su e, ogni volta che Beppi parla, dargli sulla voce: “E allora lo studio Alpa? E allora il suocero Cesare Palladino? E allora la leggina ad personcinam per ripulirgli la fedina?”.

Conte si scatena nella cialtronaggine quando arriva a difendere “gli studenti malmenati all’università dalla polizia” (se questo era adatto a fare il capo di governo, ditelo voi). Ancora una volta, sta roba è peggio che da azzeccagarbugli, è da banchetto delle tre carte nel vicolo: dai, non puoi, non puoi dire davvero che i fuoricorso a vita sono stati legnati dalla gendarmeria se non spieghi che questi mantenuti a vita puntavano ad impedire un incontro regolarmente autorizzato, di non far parlare due oratori solo a loro sgraditi, di tenere in ostaggio l’intero corpus studentesco, e che uno dei due invitati, Capezzone, lo hanno dovuto scortare perché cercavano di legnarlo coi bastoni ed altri oggettini utili alla resistenza. Come diceva McEnroe: you can’t be serious.

L’altroieri, poi, il politico in batteria, assemblato da una società tecnologica come fosse stato la app Immuni, è arrivato a sostenere quanto segue: “La scuola non è il luogo della selezione ma del riscatto”. Ce l’aveva con il merito, gli ha risposto, con riso amaro, Roger Abravanel su “la Verità”: “Ah, questa è splendida. Siamo ancora alla sinistra del secolo scorso. Riscatto da cosa, intende? Da una provenienza sociale debole? (…) E’ l’apoteosi dell’ipocrisia e del populismo”.

Abravanel ha ragione, ma serve una precisazione: il populismo conticino non è quello socialista classico, otto-novecentesco, giubilato infine dal socialismo-yuppie della stagione craxiana, no, è il cupo, demenziale populismo comunista, plumbeo, del tutto fazioso e implausibile, nutrito da omissioni, strumentalizzazioni, distorsioni e minchiate monumentali; e il comunismo di Beppi è comunque lo stesso di Chiara Ferragni, cioè non c’è, non esiste, puro artifizio retorico. Mamma mia, che confusione, l’avvocato del popolo! Ormai dirottato in avvocato del popolo armato. Davvero, non si può sentire, sapendo poi che un tipo così ci mette niente a riciclarsi in legge, ordine & disciplina appena gli conviene. A sentirlo, esplode la concentrazione di acido urico nel sangue, da lotta continua a gotta continua.

Max Del Papa, 31 ottobre 2022