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Cosa (ancora) non torna sui vaccini

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Non siamo No vax. La premessa è d’obbligo, perché con il Web e i media affollati da esperti d’accatto, qualsiasi tentativo di ragionare viene paradossalmente scambiato per un’offesa alla razionalità.

Non nascondiamoci dietro la ridicola moda da revival positivista: sui vaccini anti Covid, non è tutto oro quello che luccica. È auspicabile averli presto a disposizione? Eccome. È importante che vi si sottoponga un numero sufficiente di persone, tale da determinare un’immunità di gregge? Ci mancherebbe. Ma un conto è possedere un’arma potente contro la pandemia. Un conto è usarla, più che in chiave antivirus, per addomesticare gli italiani con la balla della “luce in fondo al tunnel”. Gli esperti veri, quelli che studiano e stanno in laboratorio, lo sanno bene: il vaccino non ci porterà fuori dall’emergenza sanitaria in tempi brevi. Il “tunnel” è ancora lungo. E non per colpa dei presunti No vax, che presto prenderanno il posto degli untori delle cronache autoassolutorie dei governisti, come gli sciatori e i cenoni di Natale stanno ora prendendo il posto dei giovani nella movida.

C’è persino chi, come il prof Giuseppe Remuzzi, del Mario Negri di Milano, ritiene persino più probabile che la svolta arrivi dalla progressiva mutazione del virus: da patogeno in grado di generare la polmonite interstiziale a semplice raffreddore.

Trasparenza 

I dubbi sui vaccini, a ben vedere, non sono farneticazioni da negazionisti. Anzitutto, c’è una questione di trasparenza. A Quarta Repubblica, ieri, incredibilmente si sentivano giornalisti, i quali dovrebbero essere votati all’imperativo della ricerca della verità, snobbare il desiderio di informazione dettagliata su questi promettenti farmaci. Sui quali, al momento, esistono solamente i comunicati delle case farmaceutiche. Che sono aziende serie, mica associazioni a delinquere. Ma non sono nemmeno opere pie. E siccome la scienza non si fonda sui dogmi, bensì sulla facoltà di consultare dati e sulla replicabilità degli esperimenti, ciò di cui abbiamo bisogno è la pubblicità delle ricerche. Le professioni di fede di chi si dà il tono da Nobel sono altrettanto superstiziose, quanto i pregiudizi contro Big Pharma. Lo pensano le mamme No vax? No: lo conferma persino Massimo Galli, il quale sbotta: “Siamo tutti seccati da questa gara di annunci senza vedere i dati”. Un pericolo negazionista pure lui?

D’altro canto, ammettendo che i farmaci che verranno distribuiti saranno pienamente sicuri – e non c’è motivo di dubitarne, una volta che avranno superato i rigidi controlli di Fda in America ed Ema in Europa – i problemi non saranno archiviati. Da chiarire, rimangono questioni che i comunicati stampa delle aziende produttrici non possono esaurire.

Due questioni aperte

Primo: quanto dura la protezione dall’infezione? È praticamente scontato che occorrerà più di una dose per acquisire l’immunità. Ma lo schermo potrebbe non essere perenne. Potrebbe accadere, ad esempio, ciò che avviene con l’antinfluenzale: a ogni stagione, è necessario ripeterlo. Se così fosse, ogni anno ci troveremmo dinanzi alle stesse difficoltà logistiche e, presumibilmente, con lo stesso Domenico Arcuri (quello che ieri doveva far partire il bando per le siringhe, di cui non c’è traccia) chiamato a risolverle. In breve: procurarsi milioni di dosi, stoccarle, conservarle, distribuirle, somministrarle.

Secondo: il vaccino renderà solamente immuni, o impedirà anche di essere contagiosi? È una differenza essenziale. Un conto è essere protetti dalla malattia e, nondimeno, potenzialmente in grado di trasmetterla; un conto è essere sia schermati dal morbo, sia messi nelle condizioni di non poterlo diffondere. Evidentemente, la fuoriuscita dalla pandemia dipende, in larga parte, anche da questo fattore. Lo dice Andrea Crisanti? No: lo ribadiscono anche Antonio Clavenna del Mario Negri e persino Pierluigi Lopalco, oggi assessore della Giunta Emiliano in Puglia.

Questi interrogativi ancora aperti sono centrali anche per le decisioni politiche che dovranno essere assunte. Per il momento, il dibattito è ridotto al solito squallido gioco delle parti. Ci sono i pagliacci che credono di essere molto “scientifici”, quando propongono assurdi patentini da regimetto comunista (vedere Davide Faraone, il “competente” renziano con la laurea in scienze politiche, conseguita 16 anni dopo l’iscrizione all’università). C’è Walter Ricciardi, quello che a febbraio non voleva i tamponi, che ora propone il ricatto sanitario: o vi vaccinate, o restate in lockdown perenne. Ma è evidente che per stabilire l’obbligatorietà o meno del vaccino, c’è bisogno di sapere con certezza che impatto esso potrà avere sulla circolazione del virus. Se sarà solo un altro, certo imprescindibile, fattore di protezione, o un vero e proprio schermo per tutta la popolazione.

I contratti segreti dell’Europa

Un altro aspetto controverso riguarda il sistema adottato dall’Europa per assicurarsi la razione di farmaci. Parliamo di contratti segreti, stipulati con le aziende dalla Commissione, per forniture di vaccini che vengono poi ripartite tra gli Stati membri. Ci troviamo, così, con un organismo non eletto (la Commissione Ue) che stipula intese riservate con i produttori, e con il governo italiano che si limita a pagare la quota parte del medicinale. È così pacifico che i registi dell’operazione possano essere messi al riparo dai meccanismi di controllo democratico? Che possano contrarre patti segreti con le aziende senza che nessun cittadino europeo sia in grado di chiederne conto?