Cultura, tv e spettacoli

Cosa c’è di inquietante nella vocazione da toga rossa di Marianna Aprile

La giornalista si sposa, scrive un libro e frigna sui tacchi che deve indossare in trasmissione. Poi fa una rivelazione con disarmante naturalezza

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Marianna Aprile, giornalista e conduttrice, compie 50 anni e si sposa. Nell’intervista al Corriere della Sera con Candida Morvillo racconta con sincerità la sua vita, il suo nuovo libro, la sua forte emotività. Ma una sua frase accende i riflettori su un tema spesso derubricato a complottismo d’accatto: “Da bambina volevo fare la toga rossa”. Attenzione: non la toga, la toga rossa. Non il magistrato, la toga rossa: l’espressione che in Italia, da decenni, indica il giudice che interpreta la legge seguendo sempre la bussola della sinistra. Certamente quello di Aprile non è stato un lapsus. Le cose dunque sono due: o si tratta di una simpatica battuta, magari pensata a seguito di un referendum che ha polarizzato l’informazione, oppure davvero una giornalista di grande caratura reputa normale (o peggio desiderabile, visto che l’ha citato come sogno nel cassetto infantile) che la magistratura sia politicizzata.

Ha dell’assurdo, eppure è così. Una ragazza che sogna di indossare la toga non per amministrare la giustizia con imparzialità, ma per fare la toga rossa. E qui sta il punto: la suddetta professione, per stessa ammissione dei suoi fan, non è evidentemente una categoria mistica inventata dai liberali polemici per screditare la magistratura. È un impiego vero e proprio, una carriera che si sceglie consapevolmente, come si sceglie di fare il medico, l’ingegnere o il giornalista.

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E chiunque abbia seguito le cronache giudiziarie italiane degli ultimi trent’anni sa che non si tratta di paranoia. Sentenze che diventano manifesti politici, procure che si trasformano in avamposti di una sola parte, indagini e scoop dalle procure che cadono come manna dal cielo prima delle elezioni, scarcerazioni soft per reati definiti “socialmente comprensibili” e carcerazioni preventive durissime per chi non si piega al sistema.

Non è un complotto. E le parole di Aprile lo dimostrano: una cultura che parte da lontano, dalle aule dove le materie si insegnano con i miti di sinistra in sottofondo e arriva fino alle toghe che, una volta entrate in Consiglio Superiore della Magistratura, difendono strenuamente la propria indipendenza, sì, ma solo quando si sentono attaccate da destra…

Marianna Aprile lo dice con la disarmante naturalezza di chi non ha nulla da nascondere. Voleva fare la toga rossa perché, evidentemente, per lei giustizia e sinistra erano sinonimi già da bambina. E tutto questo è la dimostrazione lampante che la politicizzazione della magistratura non è un’allucinazione berlusconiana o meloniana, ma un progetto che alcuni hanno coltivato fin da piccoli. E che oggi, una volta arrivati ai vertici, continuano a esercitare senza nemmeno più sentire il bisogno di mascherarlo.

Il problema non è la singola giornalista che confessa un sogno di gioventù. Il problema è un intero sistema che ha fatto della toga rossa una specializzazione professionale rispettabile, quasi un marchio di fabbrica. Un sistema in cui il magistrato militante non è l’eccezione da censurare, ma il modello da imitare. E in cui chi osa chiamarlo per nome viene accusato di attaccare la magistratura invece di essere ringraziato per aver sollevato un problema della collettività.

Alessandro Bonelli, 8 aprile 2026

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