Esteri

Cosa c’è dietro la chiusura dello stretto di Hormuz

Il passaggio da cui transita un quinto del petrolio mondiale è diventato una leva strategica nella competizione tra Usa e Cina

stretto di hormuz Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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La guerra in Medio Oriente non può essere letta soltanto attraverso una lente regionale. Dietro le tensioni con l’Iran e la crescente militarizzazione del Golfo Persico si intravede infatti una partita molto più ampia: quella tra gli Stati Uniti e la Cina per la supremazia economica e tecnologica globale. Al centro di questa competizione c’è un passaggio marittimo largo appena poche decine di chilometri, ma strategico per l’intero pianeta: lo Stretto di Hormuz.

Da questo stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme del gas naturale liquefatto diretto verso l’Asia. Per Pechino rappresenta una vera e propria arteria energetica: circa il 45% delle importazioni petrolifere cinesi passa proprio da qui, proveniente dai grandi produttori del Golfo.

Non sorprende, dunque, che la prospettiva di un blocco — o anche soltanto di una grave destabilizzazione — dello stretto rappresenti un incubo strategico per la leadership cinese. Negli ultimi anni la Cina ha accumulato riserve imponenti: oltre 1,3 miliardi di barili tra scorte strategiche e commerciali, sufficienti a coprire diversi mesi di importazioni. Tuttavia, anche con questo cuscinetto energetico, una chiusura prolungata del corridoio marittimo provocherebbe inevitabilmente un aumento dei prezzi, tensioni nella logistica globale e un rallentamento della produzione industriale.

È proprio qui che la crisi mediorientale assume una dimensione globale. Gli Stati Uniti — impegnati in un confronto sistemico con la Cina — sono ben consapevoli che il tallone d’Achille della potenza asiatica resta la sicurezza energetica.

Pechino importa oltre il 70% del petrolio che consuma e una quota significativa di queste forniture proviene dal Medio Oriente. Colpire, o anche soltanto mettere sotto pressione, questa linea di approvvigionamento significa esercitare una leva sull’intero sistema economico cinese.

Il nodo, però, non riguarda soltanto la dipendenza energetica. A pesare è anche la vulnerabilità delle rotte marittime che alimentano la crescita della seconda economia mondiale. Gran parte del petrolio destinato alla Cina attraversa infatti corridoi strategici che, in caso di crisi, possono essere influenzati dalla superiorità navale americana: dallo Stretto di Hormuz fino allo Stretto di Malacca. In altre parole, la sicurezza energetica cinese dipende da vie marittime che Washington è potenzialmente in grado di condizionare.

In questo quadro, l’eventuale escalation militare con l’Iran — o anche soltanto la minaccia di un blocco dello Stretto di Hormuz — finirebbe per trasformarsi in uno strumento di pressione geopolitica. Non necessariamente un’arma da utilizzare fino alle estreme conseguenze, ma una leva capace di influenzare gli equilibri strategici e il comportamento di Pechino.

La posta in gioco, del resto, non riguarda soltanto il petrolio. Nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, la stabilità energetica è diventata un fattore decisivo. I data center che alimentano i modelli di IA richiedono quantità enormi di energia; le filiere dei semiconduttori dipendono da infrastrutture industriali altamente energivore; e l’intero ecosistema tecnologico globale poggia su catene di approvvigionamento estremamente fragili.

Un possibile shock energetico globale finirebbe quindi per incidere direttamente anche sulla competizione tecnologica. La Cina sta investendo centinaia di miliardi per recuperare terreno nei chip avanzati e nell’intelligenza artificiale, ma la sua crescita continua a poggiare su un sistema industriale alimentato da enormi flussi di energia importata.

Non è un caso, quindi, che Pechino stia esercitando pressioni diplomatiche su Teheran affinché garantisca il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz. Per la leadership cinese evitare un’escalation nello stretto non è soltanto una questione di stabilità regionale: è una priorità strategica nazionale.

Lo Stretto di Hormuz, tuttavia, rappresenta solo il primo anello di una catena di colli di bottiglia marittimi che collegano il Medio Oriente all’Asia orientale. Dopo il Golfo Persico, le petroliere dirette verso la Cina devono attraversare lo Stretto di Malacca e poi il Mar Cinese Meridionale, altri due snodi strategici sui quali gli Stati Uniti e i loro alleati mantengono una forte presenza navale.

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Se la rivalità tra Washington e Pechino rappresenta la nuova guerra fredda del XXI secolo, allora questi corridoi energetici diventano parte integrante della competizione tra le due potenze. Non necessariamente attraverso uno scontro diretto, ma tramite il controllo dei flussi energetici che alimentano l’economia mondiale.

Fermare o rallentare la corsa della Cina non significa soltanto limitarne l’accesso ai microchip o alle tecnologie avanzate. Significa anche colpire ciò che rende possibile quella corsa: energia abbondante, stabile e a basso costo.

In questa prospettiva, agli Stati Uniti potrebbe persino convenire che la crisi nello Stretto di Hormuz non si risolva rapidamente. Un prolungamento delle tensioni aumenterebbe infatti la pressione sull’economia cinese, costringendo Pechino ad attingere alle proprie riserve e ad affrontare prezzi energetici più elevati. Si tratta di una dinamica di logoramento che richiede tempo — settimane, forse mesi — e che potrebbe ridurre il margine di manovra della seconda economia mondiale.

Per questo motivo, una soluzione immediata della crisi potrebbe non coincidere necessariamente con gli interessi strategici di Washington. Finché la tensione resta entro livelli controllabili, il protrarsi dell’instabilità rischia di trasformarsi in un fattore di pressione costante sulla locomotiva economica cinese.

In questo scenario, lo Stretto di Hormuz smette di essere soltanto un punto di passaggio del commercio globale. Diventa una leva geopolitica di primaria importanza nella competizione tra grandi potenze: un luogo in cui non si gioca soltanto la stabilità del Medio Oriente, ma anche il ritmo della crescita cinese e, con esso, l’equilibrio strategico del XXI secolo.

Salvatore di Bartolo, 7 marzo 2026

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