Oggi le comiche su La7. Nel corso di Omnibus del lunedì , nell’occasione condotto da Edgardo Gulotta, si è discusso, tra le altre cose, della riforma della giustizia, tornata prepotentemente d’attualità dopo la ripresa in grande del pasticciaccio brutto del caso di Garlasco.
Ebbene, ferocemente ostile alla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati, si è espressa Cinzia Sciuto, giovane direttrice di MicroMega subentrata a Paolo Flores d’Arcais, la giornalista ha dato uno stupefacente saggio di comicità involontaria, raccontando una favola a cui neppure gli stessi magistrati credono, così come sottolineato ironicamente nel dibattito da Davide Giacalone.
Queste le sue parole: “Attualmente una delle cose che ci invidiano anche altri Paesi è il fatto che i pm e i giudici hanno una comune cultura giuridica, che è quella della garanzia della ricerca della verità. I pm, in Italia, non sono gli avvocati dell’accusa. Non hanno come obiettivo quello di trovare un colpevole quale che sia; ma hanno come obiettivo la ricerca della verità. Tanto che – aggiunge la nostra, oltrepassando ampiamente gli angusti confini della realtà di un Paese con il record degli errori giudiziari – sono obbligati a portare in dibattimento, a differenza degli avvocati della difesa, anche elementi a discolpa dell’imputato. Sono al servizio della collettività”.
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A questo punto ci si chiede se fino ad ora la Sciuto sia vissuta dentro una cassa di limoni o, ancor peggio, se ella si sia completamente disinteressata di ciò che accade costantemente a parecchi malcapitati mandati dietro le sbarre sulla base di suggestioni e congetture, soprattutto quando il loro caso finisce nel tritacarne colpevolista del circo mediatico.
Sotto questo di vista la vicenda di Garlasco rappresenta l’evidenza di una realtà ben diversa, in cui ci si è sin da subito concentrati su una sola pista investigativa, tralasciando tutto il resto. Tanto è vero che Francesco Marchetto, che all’epoca del delitto comandava la Stazione dei carabinieri di Garlasco, fu esautorato dall’inchiesta dopo appena 10 giorni, sebbene avesse invano chiesto ai magistrati inquirenti l’autorizzazione ad indagare a 360 gradi.
Evidentemente, già dai primi riscontri le prove a carico di Alberto Stasi erano così schiaccianti che gli stessi inquirenti tralasciarono di obbedire allo stringente obbligo di ricercare elementi a discarico dell’imputato. D’altro canto, nel pensiero progressista, dominato da utopie e paradigmi, la realtà è sempre quella che deve essere in teoria e non quella che la stessa complessa circostanza del mondo circostante ci propone spesso in modo tragico e imprevedibile, così come ben sanno le tante vittime di una ingiusta detenzione.
Claudio Romiti, 26 maggio 2025
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