Cosa ci insegna il fallimento del proibizionismo

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L’idea di regolare o tassare differentemente certi consumi che creano dipendenza ha affascinato gli economisti all’inizio del Novecento. E non solo, ovviamente. Il gioco d’azzardo nasce in Italia almeno trecento anni prima, e principi e duchi intendevano regolarlo con la tassazione, se non bandirlo. Ma solo nel Novecento il proibizionismo si diffonde. Si estende alle droghe, che fino a quel momento non erano considerate tali, all’alcol e al fumo.

Chi scrive, come gran parte degli economisti, è convinto che gli effetti di queste politiche proibizionistiche sono stati pessimi. Bisogna subito chiarire che l’approccio che si tiene non è politico e neanche sociale. È matematico, economico, si regge su un principio di domanda e di offerta. La politica valuterà con criteri suoi che, come spesso insegna la storia, non necessariamente debbono essere economici. Il proibizionismo, e quello americano sull’alcol ne fu il caso più eclatante, ruppe un principio aureo dell’economia moderna, su cui si basano le economie di mercato. E cioè che gli individui siano i migliori giudici del proprio benessere.

Su questo assunto si fonda la microeconomia e financo la teoria degli scambi internazionali. D’altronde, se così non fosse chi è davvero giudice del nostro benessere? Il proibizionismo nega questo principio; lo Stato, o meglio i politici che votano questa norma, decidono, in un certo campo, cosa sia giusto per i consumatori. Lo possono fare in termini di quantità consumate o addirittura in modo censorio, come nel caso del proibizionismo americano. La prima questione è dunque attinente alla Libertà, e al suo contenuto economico. Dal punto di vista pratico occorre infine capire come il consumatore si sposti dal mercato tassato o proibito (sull’alcol parliamo di questa seconda ipotesi) a quello illegale che inevitabilmente nasce per soddisfare una domanda che nessuna proibizione può cancellare.

Due studiosi, Miron e Zwiebel, hanno studiato il mercato dell’alcol in America durante gli anni del proibizionismo tra il 1900 e il 1950. Dopo un’iniziale riduzione del consumo tra il 60% e l’80%, il consumo ritornò prima al 60-70% del valore iniziale e, nel periodo più lungo, riprese i livelli precedenti all’imposizione delle misure di restrizione dell’offerta. Le misure proibizionistiche, inoltre, causarono un aumento dei prezzi di tre volte i valori iniziali. Su questi numeri converge praticamente tutta la letteratura scientifica.

Un altro studioso, Thornton, ha preso in esame il divieto di vendita dell’alcool negli Stati Uniti tra il 1920 e il 1933. L’autore non solo dimostra la scarsa qualità dell’alcol venduto nel mercato nero, ma sottolinea anche l’aumento delle malattie che ne conseguì. Si potrebbe continuare a lungo, mettendo in evidenza i costi pubblici per mantenere l’apparato repressivo. Ciò che gli economisti sostengono è banalmente che la proibizione totale del consumo di alcol imposta negli Stati Uniti non ne ha ridotto il consumo, ne ha aumentato il prezzo e peggiorato la qualità.

Nicola Porro, Il Giornale 12 gennaio 2020

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