Cosa dire sulla polizia e sul poliziotto di Rogoredo

Carmelo Cinturrino arrestato per omicidio volontario. La "verità" è cambiata e cambiano le nostre considerazioni. Però la polizia ha gli anticorpi e l'indagine lo conferma

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polizia pistola rogoredo milano

Vi diranno che il caso di Rogoredo, con il poliziotto Carmelo Cinturrino arrestato per la morte del pusher marocchino Abderrahim Mansouri, è una macchia enorme sulla credibilità della polizia. E soprattutto un brutto colpo per quelli che, anche su queste nostre colonne, avevano storto il naso di fronte all’iniziale incriminazione per omicidio volontario e avevano preso le parti dell’agente, che sembrava essere stato costretto a sparare per legittima difesa di fronte ad una pistola “a salve”. Si scatenerà l’inferno, è comprensibile. Però occorre fare alcune precisazioni sia sull’operato delle forze dell’ordine sia sulla difesa mediatica delle stesse.

Partiamo dai fatti. Stando alle indagini degli inquirenti, l’agente del Commissariato Mecenate avrebbe sparato al pusher mentre questi si stava allontanando, avrebbe atteso 23 minuti prima di chiamare i soccorsi e avrebbe mandato un collega a prendere una borsa dalla quale avrebbe estratto la pistola a “salve”, utilizzata per alterare la scena del crimine. Poi ci sono le bugie. Le incogruenze. I testimoni che spuntano come funghi. E i colleghi, anche loro indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, che avrebbero confessato le strane manovre di Cinturrino attorno al Mansouri agonizzante. Sulla pistola pare siano state trovate solo le tracce del Dna dell’agente e non quelle della vittima, a dimostrazione che quell’arma il pusher non l’avrebbe mai impugnata.

Vale anche per Cinturrino la presunzione di innocenza fino a prova contraria, dunque occorrerà attendere gli esiti del processo. Quale il movente? Quale il motivo? Ma certo gli elementi emersi fin qui sono quantomeno compromettenti. Gli elementi, appunto. Cioè una “verità”, quella emersa dalle indagini, diametralmente opposta a quella sulla quale si erano basate le nostre considerazioni in difesa della polizia, sullo “scudo” anti-gogna per gli agenti e sul diritto degli uomini in divisa di sparare quando si sentono minacciati. Le “mele marce”, come le ha chiamate il questore di Milano Bruno Megale, esistono in tutti gli ambiti (leggetevi il caso della Procura di Trani). Così come i cretini. Ma nell’immediatezza dei fatti sarebbe stato impossibile anche solo immaginare che un poliziotto, fino ad allora senza particolari contestazioni, potesse inscenare una simile fiction. Possibile abbia davvero ucciso un pusher così, dal nulla? Possibile che sia stato così sprovveduto da attendere 23 minuti prima di chiamare i soccorsi, conoscendo il potere di tracciamento che può derivare da un’analisi scientifica sul telefono della vittima? Possibile che sia stato tanto imprudente da coinvolgere un collega per mandarlo a prendere una pistola finta, sapendo quante telecamere esistono in giro per Milano? Se davvero ha deciso di alterare la scena, possibile che non abbia pensato, dopo aver messo la pistola sul luogo del delitto, di farla anche solo toccare alla vittima per lasciare una qualche traccia di Dna? E tutto questo dopo i casi Aldrovandi e Cucchi. Suvvia, oggettivamente: la realtà qui supera la fantasia.

Di norma ad un servitore dello Stato si crede. E quel servitore dello Stato aveva giurato di essersi difeso. Sulla base della verità iniziale – così come raccontata dai verbali – non c’erano altre considerazioni possibili da fare. Probabilmente le rifaremmo in altre occasioni: se minacciato, l’operatore ha il diritto di premere il grilletto. Punto. È infatti importante non cadere nella trappola del fallo di reazione e ridurre ulteriormente le possibilità d’azione degli agenti. Perché è troppo preziosa la vita dei poliziotti per metterla a repentaglio. Vi ricordate Cerciello Rega, ucciso da una coltellata? Se avesse avuto la pistola, lasciata invece nell’armadietto, oggi sarebbe vivo. E vi ricordate Carlo Legrottaglie, morto nel tentativo di inseguire due rapinatori a pochi giorni dalla pensione? Luciano Masini, comandante della stazione di Villa Verucchio, s’è difeso da un aggressore premendo il grilletto, era evidente dai video, ma ha dovuto comunque affrontare il calvario e lo stigma dell’indagato.

Questo non significa né impunità né mettere la polvere sotto il tappeto. Chi sbaglia paga. E se a sbagliare è un uomo in divisa, paga due volte. In attesa del processo, che ricordiamo va ancora celebrato, neppure noi ci impiccheremo per difendere Cinturrino, come non l’ha fatto neppure la Polizia di Stato. Già: perché a indagare, torchiare e incastrare l’agente sono stati i suoi stessi colleghi. I “fratelli di giubba”. Hanno lasciato da parte ogni difesa corporativa, si sono assunti le proprie responsabilità, sono stati rigorosi e professionali. “Non facciamo alcuno sconto a nessuno perché ne va del buon nome della polizia”, ha detto il questore. Dimostrazione che il sistema, con i suoi immancabili seppur gravi scivoloni, tutto sommato funziona. E sa fare pulizia.

Giuseppe De Lorenzo, 23 febbraio 2026

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