Cronaca

“Sulla pistola finta c’è solo il dna del poliziotto”. Così hanno incastrato Cinturrino

Il caso di Rogoredo prende una brutta piega: arrestato l'agente, avrebbe ucciso volontariamente il pusher Mansouri. Ecco la nota della procura

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Alla fine hanno fermato Carmelo Cinturrino, agente del Commissariato di Mecenate, accusato sin dall’inizio di omicidio volontario del pusher di 28 anni a Rogoredo. Secondo la procura di Milano, Abderrahim Mansouri non avrebbe puntato la pistola contro il poliziotto né la avrebbe mai avuta: Cinturrino lo avrebbe ucciso, avrebbe atteso 23 minuti prima di chiamare i soccorsi lasciandolo agonizzante e avrebbe inscenato la legittima difesa mandando un collega a prendere una borsa con dentro la pistola a salve.

Dopo le testimonianze raccolte dalla polizia e dalla procura, dopo l’interrogatorio degli altri agenti indagati per favoreggiamento ed omissione di soccorso, dopo le ipotesi trapelate sui giornali, adesso la Procura ha deciso di giocare a carte scoperte. Ha fermato Cinturrino, accusato formalmente di omicidio volontario. E ha fatto sapere che dai rilievi effettuati sulla pistola a salve trovata accanto al corpo di Mansouri “è emerso un elemento di riscontro formidabile”, ovvero il fatto che sull’arma erano presenti “diverse tracce biologiche” del poliziotti. Non è stato invece ritrovato il dna della vittima. Giovanni Tarzia, il pm di Milano che assieme al procuratore capo Marcello Viola è titolare del fascicolo, lo ha spiegato chiaramente durante la conferenza stampa che si è tenuta in questura.  Ulteriori riscontri sarebbero emersi negli interrogatori di due degli agenti del Commissariato Mecenate indagati per favoreggiamento e falso: i tre, pur trovandosi a “significativa distanza”, guardando in “direzione del ferito” non hanno visto “alcuna pistola” né un “oggetto nero compatibile con un’arma vicino al corpo”.

La pistola, insomma, secondo la ricostruzione dei pm sarebbe stata messa a fianco del corpo del pusher solo in un secondo momento. Per alterare la scena del crimine. Cinturrino avrebbe avuto 23 minuti, mentre Mansouri era agonizzante, per modificare il tutto. Avrebbe mandato il collega che gli era più vicino in commissariato a prendere una valigetta abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti.  “Si tratta di una borsa nera con lo stemma dell’Italia che appartiene a Cinturrino – ha detto il poliziotto ai pm -. Ho messo la valigetta nel cofano della macchina e sono tornato in via Impastato dove mi attendeva. Ha subito aperto il cofano e ha prelevato qualcosa dalla borsa”. E ancora: “Aveva qualcosa in una mano, non ricordo quale delle due, era un oggetto nero”. Probabilmente la pistola a salve.

Non solo. Il corpo agonizzante di Mansouri sarebbe stato “girato” da Carmelo Cinturrino dopo “averlo colpito”. A riferirlo agli investigatori sarebbe stato uno colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso e poi confermata anche da un testimone oculare, un cittadino afgano che avrebbe visto tutto. Il pusher sarebbe infatti caduto dopo il colpo “in posizione prona” e “con la faccia verso il terreno”, mentre la prima fotografia del cadavere scattata prima dell’arrivo dei soccorsi lo mostra a faccia in su e con il viso sporco di fango. Inoltre, secondo la ricostruzione, Mansouri sarebbe stato colpito mentre cercava di scappare e in mano aveva il cellulare e una pietra. Stando da una delle testimonianze degli agenti che erano con Cinturrino, inoltre, “nessuno avrebbe intimato l’alt” al pusher né si sarebbe qualificato.

Oltre al fermo, gli uomini della Squadra Mobile di Milano stanno perquisendo la casa della compagna del 42enne, che abita in zona Corvetto. La donna è la portinaia in un palazzo Aler in via Mompiani. Lo stesso dove, dicono alcune voci, il poliziotto sarebbe conosciuto come “Luca” e dove avrebbe favorito lo spaccio di alcuni dietro pagamento di una sorta di pizzo. Dagli interrogatori degli altri poliziotti, infatti, sarebbe emerso “un quadro allarmante dei metodi di intervento” di Carmelo Cinturrino “durante le operazioni” antispaccio “nei boschi di Rogoredo” e “una pregressa conoscenza” tra lui e Abderrahim Mansouri, “la cui natura non appare allo stato chiarita”. Nel decreto di fermo si legge che dalle indagini è emerso un “quadro significativamente allarmante sulle potenzialità criminali” di Cinturrino, che va messo in manette perché potrebbe uccidere ancora, inquinare le prove o scappare. Spetterà al Gip decidere se confermare la misura.

“Immediatamente si sono rilevati dettagli che apparivano distonici rispetto al racconto fatto – ha detto il pm Giovanni Tarzia – La prima piccola svolta si è avuta quando si è saputo che c’erano altre persone, in particolare un soggetto che aveva visto cosa era avvenuto. Un soggetto che ha dato una versione che non appariva distonica e anzi ha dato una serie di informazioni che poteva sapere solo chi era presente. Abbiamo fatto un secondo sopralluogo alla stessa ora con questo soggetto per vedere se le cose che dichiarava erano verosimili. Un secondo momento saliente è stato quando abbiamo effettuato interrogatori degli altri operanti, che con un senso di liberazione hanno riferito che cosa era successo. Questo racconto ha confermato che non c’era nessuna arma in mano a Mansouri, che invece aveva fatto un primo gesto di lanciare una pietra e un secondo gesto di andare verso l’area boschiva per togliersi dalla linea di tiro del poliziotto. Versione confermata dal fatto che sulla pistola giocattolo ci sono tracce biologiche che ci consentono di escludere che sia passata dalla mano del Mansouri. Mentre sulla pistola ci sono diverse tracce dell’agente”. Dopo il colpo, il collega di Cinturrino “ha ricevuto l’ordine di andare in commissariato a recuperare una valigetta dalla quale Cinturrino verosimilmente ha prelevato la pistola”.

“Non dobbiamo fare difese corporative e ci assumiamo le nostre responsabilità quando sbagliamo. Saremo rigorosissimi nei confronti di chi si è macchiato di questi gravi delitti, come confermano le attività”, ha detto Bruno Megale, questore di Milano. “Noi abbiamo gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche che purtroppo possono emergere nel corso delle attività. Faremo delle riflessioni di carattere generale, abbiamo già avviato anche attività ispettiva per vedere se ci sono stati dei vulnus e degli errori in passato e cercare di rimediare – ha aggiunto – Va da sé che noi siamo in grado di contrastare le mele marce che sono al nostro interno e in questo caso da tutti gli elementi che abbiamo, siamo di fronte a un caso di questo tipo”. E ancora: “Non facciamo alcuno sconto a nessuno perché ne va del buon nome della polizia e delle migliaia di persone che io sono qui a tutelare e che quotidianamente danno il loro sacrificio per le istituzioni. Se la gente ci attribuisce grande consenso è anche per la capacità abbiamo al nostro interno di essere autocritici”.
Sulla stessa linea anche il procuratore Marcello Viola. “Partecipo con senso di amarezza come tutte le volte che capita quando a essere coinvolti in una vicenda di tale gravità e delicatezza è un appartenente alle forze dell’ordine”, ma “con la piena consapevolezza che le indagini sono state condotte senza tralasciare alcuna zona da bonificare e senza fare sconti a nessuno”. E ancora: “Questa vicenda – ha affermato – fin dall’inizio, dal momento esatto in cui ci è stata segnalata, presentava degli aspetti che non ci hanno convinto di contraddittorietà, che abbiamo cercato di scandagliare nel modo migliore possibile con tutti gli approfondimenti che c’erano da fare e che sono stati svolti egregiamente dalla Squadra Mobile e quelli di tipo scientifico effettuati altrettanto in maniera eccezionale dalla scientifica”.

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