“Nessuno si è fermato, ci siamo tutti buttati di corsa a cercare chi era sotto le macerie, c’era gente che non si rendeva conto di essere ferita, che stava sanguinando. Toglievamo le macerie con le mani, cercavamo i colleghi”. Uno degli agenti sopravvissuti alla tragedia di Castel d’Azzano, che hanno visto morire i loro colleghi carabinieri, è sconvolto. Raconta a LaPresse quanto accaduto stanotte quando i reparti tattici sono entrati nella struttura dopo aver rotto tutte le finestre, così da scongiurare l’esplosione avvenuta poi al piano superiore. “Le finestre erano state rotte, io ero là quando i militari dei reparti tattici sono entrati e c’è stato il botto”.
Il bollettino dell’operazione notturna, tra il 13 e il 14 ottobre, in provincia di Verona, è tragico. Oltre ai tre carabinieri morti, ci sono altri 17 feriti: 13 sono militari in codice rosso, 3 agenti della polizia e un vigile del fuoco. Gli ospedali di Borgo Roma e Borgo Trento hanno accolto i pazienti con codici di gravità vari, mentre le vittime sono state recuperate dai vigili del fuoco tra le macerie del casolare distrutto. L’incidente è avvenuto durante un’operazione di sgombero di un casolare occupato abusivamente da tre fratelli. I militari stavano eseguendo un decreto di perquisizione quando la deflagrazione li ha investiti, radendo al suolo l’edificio. È stato un “atto volontario e premeditato”, secondo la Procura, “le forze dell’ordine, carabinieri, vigili del fuoco e polizia, avevano fatto una attenta pianificazione” ma “la reazione è stata talmente violenta che era difficile da prevedere”. “Dovevamo eseguire un decreto di perquisizione, si cercavano anche delle bottiglie molotov – ha spiegato il procuratore – Carabinieri e Polizia hanno cercato di agire in massima sicurezza e con tutte le attrezzature necessarie. Ma l’esito è stato inaspettato e molto doloroso”.
Le vittime e le loro carriere
I militari deceduti sono Marco Piffari, 56 anni, Valerio Daprà, 56 anni, e Davide Bernardello, 36 anni. Il Luogotenente Piffari era comandante della Squadra Operativa di Supporto del 4° Battaglione Mobile del Veneto e si era arruolato nel 1987. Valerio Daprà, brigadiere capo qualificato speciale, lavorava nel Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Padova ed era entrato nell’Arma nel 1988. Davide Bernardello, il più giovane, carabiniere scelto entrato in servizio nel 2014, era operatore nell’Aliquota Pronto Intervento della stessa compagnia di Padova. Di loro restano solo i giubbotti carbonizzati. Il ricordo dei colleghi. Il dolore delle famiglie.
La dinamica dell’esplosione
Secondo le prime ricostruzioni, i tre fratelli occupanti – Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi – avrebbero saturato il casolare di gas, predisponendo varie bombole collegate a ordigni artigianali. Due dei tre fratelli sono stati immediatamente arrestati, mentre il terzo è stato fermato poche ore dopo, al termine della sua fuga. L’operazione era stata classificata come “ad alto rischio” a causa di precedenti minacce da parte dei Ramponi, che avevano già tentato di impedire lo sgombero in passato, dichiarando di voler far saltare in aria l’edificio.
Le reazioni delle istituzioni
Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è unito al cordoglio per la perdita dei tre carabinieri, dichiarando: “Hanno sacrificato la propria vita compiendo fino all’ultimo il loro dovere al servizio del Paese”. Anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso dolore e solidarietà alle famiglie delle vittime, definendo “profondamente toccante” quanto accaduto. Da parte delle autorità locali, il sindaco di Castel d’Azzano, Elena Guadagnini, si è detta sconvolta e vicina alle famiglie colpite dalla tragedia.
Il casolare e le minacce passate
Il casolare agricolo, fatiscente e in stato di abbandono, era al centro di vari tentativi di sgombero negli anni precedenti. In un episodio del 2024, i fratelli Ramponi avevano già saturato con il gas l’edificio, costringendo le autorità a rinviare l’operazione. Secondo quanto riportato, la situazione economica dei tre fratelli era ormai compromessa, e avevano più volte dichiarato di voler compiere gesti estremi pur di evitare l’allontanamento.
Tutto nascerebbe da un mutuo sottoscritto nel 2014 con ipoteca dei campi e della casa. I tre sostengono di non aver mai firmato quei documenti e di essere stati truffati, con tanto di firme contraffatte. Ma la sentenza del Tribunale dice l’opposto e li ha sfrattati dal casolare e dai campi. In ottobre e nel novembre del 2024 si sono opposti, come detto, all’arrivo dell’ufficiale giudiziario minacciando di far esplodere tutto con una bombola di gas. Franco e Maria Luisa erano anche saliti sul tetto e dopo una mediazione si era evitato il gesto inconsulto. Un anno fa, uno dei tre, aveva minacciato di darsi fuoco. Ma stanotte, quando i carabinieri sono tornati all’opera, la tragedia. I tre sono ora stati arrestati e accusati di omicidio premeditato, anche se la Procura valuta l’accusa di “strage”.
Durante l’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il comandante provinciale dei carabinieri di Verona, Claudio Papagno, che stava dirigendo il servizio notturno, ha spiegato l’accaduto: “Ci siamo trovati davanti a una follia. Ci ha colpito la deflagrazione della bombola mentre i militari stavano salendo. L’impatto è stato pieno e ha fatto sì che crollasse tutta la struttura”. Il carabiniere ha spiegato che gli occupanti “avevano anche delle molotov pronte attraverso il camino dopo aver saturato la casa con il gas. Erano asserragliati”. A innescare la miccia, secondo una prima ricostruzione, sarebbe stata la donna. I tre si erano barricati in casa, due dei quali in una sorta di cantina. La donna e un fratello hanno riportato ustioni e sono in ospedale per le cure mediche.
“L’operazione era pianificata perché le forze speciali arrivavano da fuori provincia e quindi era già programmato anche con le ambulanze, perché si sapeva che potevano esserci dei feriti, ma mai si immaginava che avessero progettato un’esplosione del genere che è stata sentita nel raggio di 5 chilometri”, ha spiegato Antonello Panuccio, vicesindaco di Castel d’Azzano.
“Era una casa disastrata, senza luce, non so neanche se c’è l’acqua. Era una casa veramente fatiscente”, ha spiegato invece il procuratore di Verona, Raffaele Tito. “Una cosa che mi ha colpito moltissimo è stata vedere i carabinieri in divisa con il lenzuolo sopra la faccia. Questa è stata la cosa che più mi ha colpito e devo dire che mi vengono quasi le lacrime agli occhi. Anch’io ho visto i carabinieri portati fuori sotto le macerie e devo dire che mi ha molto colpito. Una tragedia che non ha uguali. Una cosa è una guerra di mafia, un’altra è morire così”.
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