Si al ritorno (sino a oggi scarsamente efficace) degli ispettori dell’Agenzia mondiale sul nucleare, per controllare e vigilare sugli impianti iraniani; su Hormuz tutto fermo se non qualche nave che per cause insondabili è riuscita a attraversare lo stretto; infine il via libera ad alcune petroliere iraniane destinazione Cina. La pace che non c’è continua a sollevare forti interrogativi anche sui contenuti di un accordo sul cessate il fuoco che all’apparenza e secondo molti osservatori mondiali segnerebbe una sostanziale vittoria dell’Iran. Ma non è così e per almeno tre motivi gli Stati Uniti sono interessati più a protrarre il momento del redde rationem che ad affrontare a viso aperto il caso Iran:
- Il primo fattore è rappresentato dalla Cina, formalmente alleato dell’Iran che a livello ufficiale non ha mosso un dito per impedire l’offensiva americana e israeliana, ma che ora si trova ad affrontare una crisi energetica non di poco peso: primo importatore di petrolio al mondo, la Repubblica popolare cinese è stata costretta in queste settimane a spingere al massimo la produzione di energia garantita dalle centrali a carbone, per far fronte a una diminuzione secca di importazioni di petrolio e gas dal Golfo Persico: attraverso Hormuz transita più del 30% delle importazioni cinesi di greggio e per di più queste importazioni erano a basso prezzo: dai 7 ai 9 dollari a barile. Mentre la Russia, anche nel periodo più caldo della crisi iraniana, ha mantenuto rapporti con Teheran (e forniture militari incrociate), Pechino sembra quasi abbia accettato un patto non scritto di non belligeranza con gli Usa. In cambio di cosa, se lo stanno chiedendo in molti a Taiwan
- Il secondo elemento di incertezza che spinge gli Usa a tirarla per le lunghe, con una tregua di 60 giorni e con un possibile raddoppio della sua durata, sono le elezioni che si svolgeranno ufficialmente in Israele il 27 ottobre, ma che secondo molti potrebbero essere anticipate. L’atteggiamento di Washington negli ultimi giorni non è stato certo favorevole a Netanyahu e -secondo fonti di intelligence – il governo Usa vedrebbe bene un cambio della guardia che favorisse Benny Ganz, ex capo di Stato maggiore, non per cambiare strategia militare in Libano o a Gaza, ma per rendere questa strategia meno ostica e contestabile una volta cambiato il premier uscito di scena il bersaglio privilegiato della contestazione mondiale pro-Pal. In entrambi i casi, Cina e Israele, un atteggiamento dilatorio, fatto di dichiarazioni belliche e di parziali conquiste al tavolo dei negoziati, potrebbe favorire l’amministrazione americana, non escludendo una ripresa degli attacchi e dei bombardamenti che sarebbero giustificati dal no iraniano su alcuni temi considerati strategici, in primis la libertà di Hormuz.
- Il terzo elemento da prendere in considerazione si chiama Campionati Mondiali di Calcio. Secondo fonti dell’intelligence il livello di rischio terrorismo negli Stati Uniti sarebbe altissimo e la presenza della squadra iraniana con una ipotesi di prosecuzione del suo cammino oltre la fase eliminatoria, rende tutto più complesso. Di certo una rottura delle trattative e una ripresa delle ostilità potrebbe alimentare la tensione esponendo la manifestazioni e gli stadi dove si svolgono i mondiali a un rischio ancora maggiore.
Bruno Dardani, 23 giugno 2026
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