La missione russa in Italia

Covid, gli aiuti russi erano 007? Quella notizia ignorata dai giornali

L’ossessione dei nostri media nel cercare spie di Mosca ovunque. Ma Gabrielli ha già smentito

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Deve essere un’ossessione, dalle parti di via Solferino. Ciclicamente, ogni tanto, torna in voga in redazione il desiderio di risollevare il presunto scandalo della missione russa in Italia al tempo del coronavirus. Un po’ come per gli attacchi informatici: hanno stati gli hacker russi. Una questione ignorata allora, dall’invasione dell’Ucraina in poi s’è trasformata in una sorta di grande mistero nostrano: quei soldati sbarcati (col nostro consenso) per sanificare le Rsa erano spie? Ci hanno sottratto chissà quale segreto di Stato? Hanno preso il genoma del virus per realizzare il vaccino Sputnik?

Ieri il Corriere è tornato alla carica. L’occasione l’ha fornita il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, secondo cui “in meno di due anni, il nostro aiuto” all’Italia “è stato dimenticato”. “Sembra che le nostre controparti italiane abbiano la memoria corta – ha detto il ministro – Una linea di comportamento così servile e miope non solo danneggia le nostre relazioni bilaterali, ma dimostra anche la moralità di alcuni rappresentanti delle autorità pubbliche e dei media italiani”. Accusa poi rivangata dall’Ambasciatore Razov pubblicando una nota in cui si denuncia la “la crescita dei sentimenti russofobi nella società italiana”.

Dopo aver trasformato queste lamentele in un “attacco all’Italia”, il Corriere è ripiombato sulla storia trita e ritrita della missione Covid di Mosca. Spiegando che i 123 componenti della missione russa potrebbero aver raccolto “notizie riservate” del calibro di “dati sanitari dei pazienti, organizzazione delle strutture, informazioni riservate custodite negli uffici”. Certezze? Nessuna. Nei due mesi di missione “potrebbero” aver fatto qualcosa di strano, ma non è detto lo abbiano fatto. E in verità a parte le convinzioni dei giornalisti al momento non ci sono evidenze di chissà quali attività di spionaggio. Anzi.

Lungi da noi voler difendere l’operato del governo Conte a spada tratta o dar credito a Putin. Però in questa storia trasformata in scandalo le lacune sono tante. Non solo il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i generali Luciano Portolano e Enzo Vecciarelli hanno assicurato al Copasir di aver controllato a vista i russi. Non solo lo stesso Comitato parlamentare per la sicurezza aveva già in tempi non sospetti assicurato che nessuna attività strana era stata registrata. Ma forse il Corriere deve essersi anche perso questo passaggio, visto che non lo cita nel suo articolo: pochi giorni fa Franco Gabrielli, cioè l’autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ovvero l’uomo di collegamento tra i servizi segreti e il governo, aveva chiuso la questione. “Anche dalle informazioni che ho ricevuto – aveva detto – (…) non ho percepito da parte soprattutto dell’agenzia interna dati significativi su attività malevola e particolarmente invasiva da parte di quelle persone che erano al seguito di questa missione”.  Tradotto: nessuna spy story in stile James Bond.

Anche perché se i russi avessero voluto inviare spie in giro per l’Italia non le avrebbero certo fatte sbarcare con una missione umanitaria supercontrollata. Per quello ci sono fior fior di diplomatici accreditati, con tanto di immunità, che operano da anni nel nostro territorio. Il caso Walter Biot e l’espulsione decisa a inizio della guerra di una trentina di funzionari russi lo dimostrano. E poi se davvero il nostro esercito è riuscito a farsi soffiare sotto il naso delle informazioni classificate mentre controllava a vista i 123 soldati di Putin armati di disinfettante, beh: allora più che prendersela con Lavrov dovremmo interrogarci sulle capacità del nostro controspionaggio. No?

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