in

Covid, nuovo allarme? Ecco la verità sugli ospedali

Dimensioni testo

: - :

Come riportato dalle principali agenzie di stampa italiane, l’ultimo monitoraggio settimanale sul Covid-19 redatto dall’Istituto Superiore di Sanità parla di una vera e propria catastrofe in atto. Tanto che AdnKronos, con la consueta mancanza di alcun rilievo critico che da due anni caratterizza il cosiddetto giornale unico del virus, così titola un suo lancio del primo luglio: “Covid oggi Italia, Iss: Epidemia in fase acuta”.

Mancava solo che annunciassero l’imminente arrivo di un colossale arrivo delle cavallette per rendere ancora più fosca una situazione che non sembra più avere fine.

In particolare, nel documento in oggetto, che fa riferimento al periodo che va dal 20 al 26 giugno 2022, si trova questa agghiacciante introduzione: “Nonostante il periodo estivo in cui molte attività vengono svolte all’aperto, si conferma una fase epidemica acuta caratterizzata da un forte aumento dell’incidenza, da una trasmissibilità (sia calcolata su casi sintomatici che su casi ricoverati in ospedale) al di sopra della soglia epidemica e da un aumento nei tassi di occupazione dei posti letto in area medica e terapia intensiva.”

Ebbene, il 26 giugno in tutto il Paese con il Covid (precisazione sempre necessaria, dato che la Società italiana degli anestesisti ha recentemente confermato che l’80% di chi entra oggi nei reparti Covid, pur essendo positivo, si ricovera per altri, ben più gravi motivi) erano presenti 227 persone in terapia intensiva e 5.532 nei reparti ordinari. Quindi, se è ragionevole valutare la gravità di una epidemia dai dati ospedalieri, e considerando che, come ha spesso sostenuto l’infettivologo Matteo Bassetti, più tamponi esegui e più positivi trovi – peraltro con un metodo di amplificazione molto dubbio che sembra rilevare di tutto -, se con un tasso aggiornato delle stesse terapie intensive ampiamente sotto il 3% la situazione viene considerata “acuta”, quando eravamo al 30/40% con quale catastrofico aggettivo avremmo dovuto definirla?

È chiaro che ci troviamo di fronte, da oltre due anni, ad una sorta di cortocircuito cognitivo con il quale, attraverso la correlazione spuria tra contagi e malattia grave, evocando lo spettro di una morte imminente per chi venga in contatto col virus, si tende a giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’adozione di intollerabili misure restrittive che rispondono a interessi politici, economici e professionali che con la tutela della salute pubblica non c’entrano un bel nulla.

Tant’è che un altro esempio di interesse peloso per il nostro bene, la Fondazione Gimbe di Nino Cartabellotta, da qualche settimana a ripreso a martellare su televisioni e quotidiani, invocando il ritorno delle mascherine al chiuso per contenere i malefici contagi. Contagi che, secondo quanto riportato da Sky tg24, secondo lo stesso Cartabellotta “il numero è fortemente sottostimato, con una circolazione virale in forte ascesa che ha già effetti evidenti sugli ospedali.”

Ora, considerando che nei periodi di gran caldo come l’attuale si è sempre riscontrato un certo aumento dei ricoveri ospedalieri e che, cosa che in pochi sottolineano, nessuno prima d’ora si era mai sognato di sottoporre a tampone chiunque avesse bisogno di cure ospedaliere, ci poniamo per l’ennesima volta la seguente domanda: ma di cosa stiamo parlando?

A mio avviso siamo al cospetto di una sorta di gigantesco procurato allarme che, sostenuto dall’ imbarazzante compiacenza della grande stampa, continua a tenere un Paese di 60 milioni di abitanti sul filo del rasoio della paura. In realtà, basterebbe fare come la maggior parte dei Paesi europei, i quali da tempo utilizzano i tamponi solo per scopi diagnostici (la Germania in rapporto agli abitanti ne realizza un decimo dei nostri e la Svezia un trentesimo), per far uscire l’Italia dalla follia di una paranoia collettiva indotta senza precedenti.

Claudio Romiti, 2 luglio 2022