In serata è arrivata una delle notizie più dolorose sulla strage di Crans-Montana: tra i giovani morti nell’incendio scoppiato nella notte di Capodanno nel locale Le Constellation sono state identificate tre vittime italiane. Sono Giovanni Tamburi, sedicenne di Bologna e studente del liceo Righi, Emanuele Galeppini, diciassettenne golfista di Genova, e Achille Barosi, sedicenne milanese. Le famiglie sono state informate dalle autorità, mentre prosegue il lavoro – complesso e spesso lento – di identificazione delle altre vittime.
Il bilancio, intanto, resta devastante: decine di morti e oltre un centinaio di feriti. Molti sono ragazzi, alcuni in condizioni gravissime per ustioni e intossicazioni, e non tutti sono riconoscibili nell’immediato. È per questo che, accanto alle verifiche documentali, si ricorre anche ai test del Dna per dare un nome certo ai corpi recuperati e per sciogliere l’angoscia di chi aspetta notizie. Nelle ore successive alla tragedia, l’incertezza è diventata parte del trauma: la speranza appesa a un elenco, a una fotografia, a una chiamata, a un riscontro medico.
Sul fronte dei soccorsi, l’Italia continua a organizzare trasferimenti sanitari per i feriti che possono essere rimpatriati senza aumentare i rischi clinici. L’ospedale Niguarda di Milano è diventato uno dei punti di riferimento per l’accoglienza e la cura dei casi più complessi: i ricoverati nella struttura sono saliti nelle ultime ore, mentre nuovi arrivi vengono autorizzati di volta in volta dagli specialisti in base alle condizioni dei pazienti. In parallelo, altri centri grandi ustionati hanno offerto disponibilità, e la macchina dell’emergenza – tra elicotteri, équipe mediche e coordinamento con le autorità svizzere – lavora per garantire continuità assistenziale.
Mentre i medici combattono per salvare vite e limitare le complicanze, la giustizia prova a mettere ordine nel caos. La procura cantonale ha iscritto nel registro degli indagati i gestori del locale, ipotizzando omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. L’indagine si concentra su elementi decisivi: misure antincendio, vie di evacuazione, capienza, controlli, eventuali materiali del soffitto non idonei e, soprattutto, sulla dinamica dei minuti in cui una festa si è trasformata in un inferno. Anche il Comune di Crans-Montana ha scelto di costituirsi parte civile, segnale politico e istituzionale che punta a contribuire all’accertamento pieno dei fatti e delle responsabilità.
Resta poi l’ipotesi sull’innesco: si valutano ricostruzioni che chiamano in causa l’uso di dispositivi pirotecnici da tavolo e la loro pericolosa vicinanza al soffitto, con una propagazione rapidissima delle fiamme in un ambiente affollato. È un dettaglio tecnico, ma diventa una domanda enorme: com’è possibile che in un luogo di intrattenimento, in una notte prevedibilmente ad alta affluenza, basti un attimo per creare una trappola?
Nelle comunità colpite, intanto, il dolore prende forma in gesti concreti. Il liceo Righi di Bologna ha dedicato parole di cordoglio al suo studente, promettendo che Giovanni non sarà dimenticato. A Crans-Montana sono state organizzate veglie e momenti di preghiera e commemorazione, mentre la popolazione cerca un equilibrio tra la normalità di una località turistica e la ferita di una tragedia che ha spezzato decine di vite.
E mentre l’emergenza sanitaria e l’inchiesta giudiziaria continuano, resta un’immagine che pesa più di ogni numero: famiglie in attesa, ragazzi che non tornano, e un Capodanno che per molti si è trasformato nel punto di non ritorno.
Articolo in aggiornamento
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