Cronaca

Crans-Montana, manette e applausi: addio al diritto

La custodia cautelare non è una pena anticipata né uno strumento simbolico per dimostrare fermezza

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Siamo rimasti tutti sconvolti dalla tragedia avvenuta in Svizzera, per il numero delle vittime e per la drammaticità dell’evento. È comprensibile che, di fronte a fatti di questa portata, la folla (ma non la politica) invochi maggiore severità, arrivando a contestare la scarcerazione degli indagati da parte dall’autorità giudiziaria elvetica nel corso delle indagini.

Sul punto, però, è necessario fare una riflessione seria perché il dolore collettivo, per quanto legittimo, non può diventare il criterio con cui giudicare scelte che attengono a valutazioni strettamente tecniche, come quelle sulle esigenze cautelari. In uno Stato di diritto, la privazione della libertà personale non è una risposta emotiva a una tragedia, ma la conseguenza di una condanna definitiva, pronunciata al termine di un processo che abbia accertato precise responsabilità individuali. La custodia cautelare non è una pena anticipata né uno strumento simbolico per dimostrare fermezza. È un’eccezione, regolata da presupposti rigorosi, che nulla hanno a che vedere con la pressione dell’opinione pubblica o con l’indignazione politica del momento.

I principi di diritto o valgono sempre, anche quando i fatti sono gravissimi e il dolore è forte, oppure non valgono mai. Se li si sospende nei casi che più ci colpiscono emotivamente, allora non sono più principi, ma concessioni variabili e a quel punto la legge, che per definizione dovrebbe essere uguale per tutti, smette di essere giustizia e si trasforma in una corrida: un imputato al centro dell’arena e, intorno, il pubblico urlante che chiede punizioni immediate.

C’è peraltro un’ altra faccia del problema, ancora più inquietante, che riguarda i casi opposti: quelli in cui la politica contesta decisioni definitive, pronunciate al termine di processi completi, con più gradi di giudizio, istruttorie approfondite e motivazioni articolate. Spesso lo fa senza aver mai letto una riga degli atti giudiziari, senza conoscere le prove, le perizie, le contraddizioni emerse nel dibattimento. Questa condizione rende impossibile qualsiasi giudizio serio. Eppure, il giudizio viene ugualmente emesso e urlato ai quattro venti.

Quando si pretende di sostituire lo studio degli atti con la reazione istintiva e l’analisi giuridica con la semplificazione politica, si mina la credibilità dell’intero sistema e si abitua l’opinione pubblica all’idea che le sentenze contino meno del rumore che le circonda. Cioè muore lo Stato di diritto.

Giorgio Carta, 25 gennaio 2026

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