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E ora, a grande richiesta, le noterelle perfide sui protagonisti in ordine di apparizione (ma solo per la prima sera, anche il vostro cronista deve pur dormire).
- Di Carlo Conti non si può dire niente di male, perché non c’è niente da dire. Se c’è o non c’è è uguale. Il massimo dell’ironia è ripetere le gag (pessime) degli altri. L’anno prossimo meglio la AI. Però una cosa gli tocca, e non è facile: gestire…
- … la Pausini, che ha una voce antipatica, ed è antipatica. Legnosa. Impostata. Se la tira e si vede, si sforza di fare la genuina, come tutti quelli che non lo sono. E ovviamente non le riesce. Sbaglia subito, in apertura, un autore: manco le basi der mestiere. Non l’hai letto il copione in 6 mesi? No, inanellerà papere per tutta la notte.
- Ah ma c’è pure Sando-kan Yaman: stoccafisso nella fiction, pescelesso al Festival (e sì, adesso dite pure che sono un rosikone). Stoppaccioso ma non odioso, gliene va dato atto.
- Apre una che copia Dua Lipa con acconciatura da Amy Winehouse e dice: che fastidio che fastidio. Ma infatti. Ditonellapiaga non è un nome d’arte, è un coming out. Per tutti noi.
- Poi abbiamo Michele Bravi redivivo che sembra il becchino che ha tumulato Baudo. Un uomo d’altri tempi, ricorda Sergio Bruni con voce da Topo Gigio.
- In quota maranza ecco Sayf, il nipotino di Ghali. Se lo vede Salah lo adotta subito. In realtà è Olly in uno dei suoi diabolici travestimenti, con le treccine. “Siamo tutti uguali al bar a lavorare, figli di nostra madre”. Che sarà forse un concetto profondissimo ma ricorda le puttanate ermetiche del Gruppo ’63. “Tu mi piaci tu mi piaci tanto”. Tu invece mi fai cagare.
- E questa, che a 30 anni credo si è già rifatta e pare Madonna adesso che ne ha 70? Superflua. “Le cose che non sai di me”. Ma una la so però: hai sbagliato mestiere, Mara Sattei (che fantasia, invertire le iniziali, roba da Topolino).
- Arriva questo Dargen vestito di parquet. Canta come un tamarro. Perché è un tamarro. Anche se scimmiotta Barry White. “Ahi ahi piedi più belli delle scarpe ahi ahi ho perso il tuo contatto me lo dai”. Ma che cazzo dici, ma se l’hai perso come fai a dirglielo? “Ahi hai cosa mi fai”. Meglio che non te lo dico, se no mi vien su subito la Digos.
- Arisa, oddio: ma che si è fatta? Ma è lei o la tiktoker di Roccaraso? Con questo brano cinguettante, molto autobiografico, molto struggente, cioè che due palle.
- Altro giro, altro maranza, Luché. Dalle mie parti siamo marchigiani sporchi, fondenti e mi par già di sentirli: “oh Luché, do’ si ‘jitu? A Sarremo? Te pijesse ‘nu sbocco de sangre!” fa dei gesti mentre canta, tipo omino Duracell, ma non si capisce un cazzo. Ho capito solo “Non abbiamo più scuse”. Eh, ma davvero. Pijesse ‘na nota, ssu Madonnu!
- Paradiso, quello della felicità puttana, mi assomiglia, aspetta… aspetta… Ah, sì, a quell’altro, Zampaglione, Tiromancino. Come diceva Chuck Barry: “Sono tutti uguali, questi bastardi di bianchi”. Va beh, era meglio la felicità puttana, difficile che sfondi con ‘sta puttanata.
- Elettra Lamborghini di professione automobile: una fuoriserie è più sciolta. E anche più intonata. Anche lei cerca il tormentone, ma questa esagera. Insulsa. Sembra uno di quei fumetti dove c’è una che, essendo ereditiera, pretende di fare tutto quello che vuole e glielo fanno fare. Anche se non sa fare niente.
- Ma non era felicemente trapassato Valentino il couturier? Ah no, ma è Patty Pravo. Però canta come Valentino, così: VVVVVVVVV. Neanche a culo di gallina, perché ormai porcellanata com’è non ha più espressione. Né mimesis, tanto meno “divina”. Né logos. Né phonè. La canzone è enfatica, contraffatta anche quella, l’effetto è tragico. Impressionante, di più: splatter.
- E che cosa possiamo dire di questo nostro Samurai Jay? Solo che speriamo faccia harakiri. Con la scimitarra da maranza, se preferisce.
- Tiziano Ferro nella sua enfasi ricorda sempre un po’ la caricatura di Zalone, ma adesso è un uomo che si cerca, uno che ha scoperto tutte le lame del successo. È ferito, cerca di farsi coraggio.
- Raf è un altro che si dice abbia avuto problemi: e va beh. Se sta qui, e non da ospite. Ma sempre queste cosettine anni Ottanta, di cui non si sa che sia restato, da cui non usciremo mai…
- J-Ax è quello della vecchia “maria”: si vede. Ma è cresciuto e ha cambiato canna, adesso è quella del gas. Appropriatamente. Una roba disco-country insulsa, spompa, che magari la sentirete pure in spiaggia, ma uno a quell’età dovrebbe avere un po’ di dignità. Va beh, ma mica stiamo a parlare di artisti, qui.
- Fulminacci è un personaggio di Simenon, di quelli alla deriva, col vestito che gli casca e la faccia di chi ha perso tutto. Un Ferro in sedicimillesimo. Pensa che questo ha vinto la targa Tenco e altre patacche “indie”, che poi sono quelli che non ce la fanno. Per dire come sta messa la musica indipendente, da cosa non si capito (che poi rifluisce al Festival).
- Vincenzo de Lucia, quello che ha tappato il buco di Pucci, ci piace perché fa una caricatura carogna della Pausini, finta umile, finta affabile, in realtà presuntuosa e vendicativa.
- Levante, invocativo di levarsi, lèvati. Da cosa, fate vobis. Una che aveva tanta spocchietta indie, a proposito, e adesso sta sempre qui, alla ricerca di una carriera perduta e in fondo mai trovata. E non la troverà con quest’altra versione ammuffita di Arisa.
- Adesso tocca dire qualcosa anche di questo duo, Fedez Masini, saldati per puri morivi monetari. Fedez, con tutta la sua boria, sta sempre a Sanremo per rilanciarsi come artista e francamente con l’autobiografismo sul lagnoso-maledetto ha rotto i coglioni. Masini gli fa solo da spalla, ne copre i limiti canori, illimitati, senza autotune può solo borbottare, e fa venire una barba come la sua. Pare abbiano preteso un piazzamento importante.
- Ermal Meta è uno del vento, uno che è tutto ciò che non sembra. Invecchiato anche lui. Un altro circolare a Sanremo, se no non fa niente. E che può fare se non una lagna balcanica, programmatica? Sì, d’accordo, la storia straziante di una bimba, per carità, ma la canzone è dimenticabile.
- Max Pezzali sembra Morandi pelato, ma molto più vecchio. Anche uno dei Rockets ma farcito. A me fa sempre venire in mente quando vivevo a Carugate, nel 1981, che c’era da ammazzarsi. Ma non è vero che fa le canzoni tutte uguali, lui ha fatto una canzone sola, ma a puntate.
- Serena Brancale. Ma questa l’anno scorso non era bionda? Che fa, cambia l’arredo come l’Ariston? Sì, bel faccino, intonata, ma sempre quelle canzoncine pretenziose e insipide, sempre quel modo vecchio di vocalizzare, alla Giorgia, anche basta, dai. Altro che la claque che la ovaziona.
- Ci mancava pure l’incontro tra i due Sandokan che si baciano le mani e la Pausini che ci cava l’auspicio della pace nel mondo. Mah. Poi mi dici come fa uno a non ricordarsi di quel fumetto vintage, quel pornazzo, “Sandokaz”. Ma se non siete (orgogliosamente) boomers, che ne potete sapere voi.
- Nayt mi fa venire in mente Mescal di Trinità: “Questo mi è nuovo, non l’ho mai picchiato prima”. Però una cosa me la suscita: no, non quello che pensate, ma l’idea che un certo modus maranza sta già invecchiando, è fuori dal tempo, improponibile, estenuato come olio motore, ha rotto i coglioni.
- Per Malika Ayane si può dire quanto detto a proposito di Levante: le grandi promesse, una certa presunzione alternativa, la carriera che non esce, l’X Factor, tanti Sanremi, fine della favola. Non è neanche colpa loro, non sono peggio di altri, a volte è solo un manager, un gioco di potere, una invidia bastarda e il tempo scorre e non è più il tuo.
- Eddy che? Eddy Brock. Dice la scuola romana. Ammazza se sta conciata male, ‘sta scuola. Ma questo la mattina torna al mercato del pesce, sì? Ma con tremila canzoni che gli sono arrivate Conti questa ha preso? Qui mi taccio e lascio il commento ad un’amica in diretta: “I miei alunni quando cantano Angela di Checco Zalone sanno fare meglio”.
- Sal Da Vinci, ed è subito rione. Dicono che vince. Talmente brutta che potrebbe. E così la quota Napoli è coperta. Con quegli archi da vicolo, maronna mia. E che colore di capelli! Verace come tutto il resto.
- Oh, il sor Nigiotti, questo Pelù che non ce l’ha fatta e ho detto tutto. Ma questo da quanto ci prova? Sia dannata la Nannini che gli fece da chioccia. Dice non sa volare: perché, cantare sì? Comunque non dategli un paracadute.
- Tredici Pietro non è come quegli analfabeti che mettono prima il cognome su Facebook è proprio così, uno (strampalato) nome d’arte, poca: all’anagrafe Pietro Morandi, e difatti è il figlio: viva l’Italia. Tutto papà a 16 anni: fatti mandare dalla mamma a prendere il latte e non tornare più. Ricorda anche mister Bentley, quello dei Jefferson. Sempre per boomers felici. Sorbole, Tredici Pietro, rapper bolognese, sai che dice papà? Che uno su mille ce la fa. Ho idea che non sarai tu.
- Chiello si vede che è uno sveglio. Pure Sandokan è perplesso. C’ha ste due corna di capelli… Va beh, dice ti penso sempre… Speriamo che la sventurata non risponda (questa è per chielli che han fatto il classico). Ma tu dimme se io all’una di notte devo sta’ qua a preoccuparmi di Chiello.
- Ecco, già le band al femminile non si sopportano. Così convinte, così bercianti. Quelle italiane poi ancora meno. Quelle che credono di fare il rrruock e sono melense meno che meno. ‘Ste Bambole di pezza menomenomenomenomeno (e qui per cogliere bisogna essere proprio acrobati, mica nani…).
- Toh, abbiamo pure lo Zecchino d’Oro. Ma non eravamo in fascia protetta a quest’ora? Questi per me hanno già vinto: premio ai più odiosi, insulsi, melensi, assurdi e pure cialtroni perché vanno dritti a prendere il posto di quelli là dei cuoricini, che subito dopo si son lasciati. Speriamo gli taglino la testa, a Maria Antonietta e pure quell’altro, com’è? Colombre? Ma che c….?
- Leo Gassman pure vince un premio: per il più raccomandato di tutti i tempi. Questo sempre in mezzo deve sta’. Dappertutto. E i Sanremo. E le fiction. E i film. Salve ragazzo. Viva le pari opportunità, eh. Profeta dell’inclusione, e difatti incluso come questo…
- Ora, questo Francesco Renga ha 57 anni. Ha fatto 10 festival. Praticamente è andato più all’Ariston che a scuola. E non se n’è mai accorto nessuno. No ma stavolta è quella buona, vedrai.
- Questi hanno un nome da bibita. LDA aka 7even, non chiedetemi come si pronuncia perché non lo so. Ma chi a chi importa? Sembrano due nerd, ma non fatevi ingannare: lo sono davvero. La canzone gliel’hanno fatta in 42: non è vero, sono sempre gli stessi tre o quattro con nomi di fantasia ma siccome le “canzoni” sono tutte uguali, cioè usano la IA in modo pedestre, si capisce subito.
Max Del Papa, 25 febbraio 2026
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