In un’epoca in cui la libertà di espressione è spesso invocata come baluardo della democrazia, torna alla ribalta una celebre citazione attribuita ad Aleksandr Puškin: «Dove non arriva la spada della legge, giunge la frusta della satira».
Una frase potente, che sottolinea il ruolo della satira come strumento di denuncia, critica e riflessione sociale. Ma ogni frusta, per quanto affilata, può colpire anche dove non dovrebbe.
La satira, per sua natura, è libera. Non ha vincoli, non conosce confini. È un’arte che vive di esagerazione, paradosso, irriverenza. Ma proprio per questo, richiede una responsabilità etica da parte di chi la esercita. Non tutto ciò che è lecito è anche giusto. Non tutto ciò che fa ridere è degno.
Un recente esempio ha riacceso il dibattito: una vignetta pubblicata da Charlie Hebdo raffigura dei ragazzi bruciati che sciano, alludendo alla tragedia dell’incendio di Crans-Montana. Un’immagine che ha suscitato indignazione, dolore, rabbia. Per molti, un confine è stato superato. Non si tratta più di satira, ma di cinismo. Non di denuncia, ma di derisione.
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Certo, si potrebbe obiettare che l’obiettivo era provocare, scuotere, far parlare. E in questo, l’intento è riuscito: la vignetta ha fatto il giro del mondo. Ma a quale prezzo? La notorietà ottenuta calpestando la sofferenza altrui è davvero un merito?
C’è chi, invece, sceglie consapevolmente di porre dei limiti alla propria satira. Di non affondare la lama nel dolore delle vittime. Di non cercare la risata facile sulla pelle di chi non può più difendersi. È una scelta di stile, ma anche di coscienza. Una forma di ignoranza, forse, ma un’ignoranza consapevole. Quella che preferisce il silenzio al sarcasmo, il rispetto alla provocazione.
In un mondo che premia il clamore più della compassione, questa scelta è controcorrente. Ma forse è proprio per questo che ha valore. Perché ci ricorda che la libertà di espressione non è un lasciapassare per l’offesa, ma una responsabilità da esercitare con umanità.
Beppe Fantin, 15 gennaio 2026
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