Una chiusura indagini, la seconda in questo caso, non è una condanna. Quindi per quanto ci riguarda il carabiniere che era alla guida della gazzella corsa dietro a Ramy e Fares, i due giovani di Corvetto che si sono poi schiantati contro un semaforo, era e resta del tutto innocente. Qui il problema però è un altro. Ovvero che non stiamo parlando di un signore qualunque che, a bordo della sua auto, potrebbe aver sfiorato o meno quello scooter che ha ucciso il giovane Elgaml. Qui stiamo parlando di un militare dell’Arma che quel giorno, chiamato in servizio dallo Stato per rendere sicure le nostre strade e fermare i banditi, ha svolto banalmente il suo mestiere eppure oggi si trova nella brutta situazione di essere indagato (e forse processato) per omicidio stradale e lesioni gravi nei confronti del fuggitivo Bouzidi.
Premessa. Abbiamo letto la perizia della polizia locale, e le valutazioni del consulente della Procura, che escludono l’impatto tra la gazzella e lo scooter guidato da Fares, anche lui indagato per lo stesso reato (e già condannato, invece, per la resistenza a pubblico ufficiale). Sappiamo che un’altra valutazione di esperti -interrogati dalla difesa di Fares- sostiene il contrario e che i pm si sono convinti che “la distanza estremamente ravvicinata” tenuta dall’auto rispetto allo scooter sarebbe stata “inidonea a prevenire eventuali collisioni”. Tradotto: ad aver “provocato” l’impatto con la pattuglia è stato Bouzidi con quella “repentina e improvvisa manovra a destra”, ma il militare doveva starsene più lontano (poi i magistrati ci spiegheranno come lo fermi un fuggitivo a metri di distanza).
Ma qui i paradossi sono due. Primo. Per quanto ci riguarda, conta davvero poco se la gazzella ha toccato lo scooter oppure no. Perché altrimenti si rischia di guardare la scena in maniera burocratica, osservando solo il momento del presunto impatto che avrebbe fatto perdere l’equilibrio al pilota dello scooter. Invece la storia va letta dall’inizio: il mancato stop all’alt dei carabinieri, la folle corsa per mezza Milano, la sgommate per sfuggire ai controlli. Infine, ma solo in ultima istanza, il possibile l’impatto. L’abbiamo già detto più volte: per quanto potevano saperne i militari al momento dell’inseguimento, a bordo di quel mezzo sospetto che non voleva fermarsi per nulla al mondo, potevano esserci due ladri appena usciti da un appartamento, due truffatori o peggio ancora due terroristi. Vi ricordate come è stato fermato il jihadista di Berlino a Sesto San Giovanni? Con un banale controllo di polizia, lo stesso che l’Arma voleva mettere in atto con Fares e Ramy.
Vero è che la Procura riconoscerà al conducente della gazzella, Antonio Lenoci, “l’attenuante di non essere l’evento conseguenza esclusiva dell’azione del colpevole, avendo Fares Bouzidi contribuito alla causazione del sinistro con la propria condotta gravemente imprudente”. Ma i costi e il peso psicologico del processo restano, così come il rischio di una condanna per quanto attenuata. L’effetto di questo rinvio a giudizio sarà il seguente: nessun agente o carabiniere sano di mente domani si metterà ad inseguire un fuggitivo, in auto a piedi o in scooter, sapendo che – se mai dovesse toccarlo durante le complicate manovre – rischia di doversi pagare avvocato e periti. Anzi, ancora peggio: chi mai si imbarcherà in una simile operazione sapendo che dovrebbe farlo col righello alla mano per assicurarsi di non avvicinarsi troppo altrimenti il primo pm di turno ti accusa di non aver tenuto idonea distanza di sicurezza? Non ha senso. Non c’è alcuna logica. Meglio lasciarlo scappare, chiudere gli occhi e tanti saluti alla sicurezza di tutti.
E la cosa prende una piega ancor più comica se si pensa che, a fronte della querela di Fares Bouzidi, il carabiniere rischia pure di essere accusato di lesioni ai danni di un signore già condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Cioè: questo scappa, resiste, rischia di ammazzare i passanti in strada, mette in atto una manovra spericolata con la quale tocca la gazzella ma il militare rischia di doverlo risarcire perché una perizia sostiene che forse, chissà, in quel millesimo di istante dopo un inseguimento durato 8 chilometri forse la punta della gazzella ha sfiorato le due ruote?
Ps: non entriamo nel merito delle altre accuse, quelle che riguardano il presunto falso scritto nel verbale di arresto o del video che sarebbe stato fatto cancellare ad un testimone, perché non è il fulcro della questione. Se i carabinieri hanno falsificato qualcosa è giusto che si indaghi e che paghino. Ma mettere alla sbarra le forze dell’ordine che inseguono un fuggitivo no. Ramy sarebbe ancora vivo se Fares avesse fermato quello scooter nelle innumerevoli occasioni in cui avrebbe potuto farlo. Il militare ha solo fatto il suo dovere, cercando di fermare due sospetti individui in fuga. Punto.
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In foto la prima perizia della Polizia Locale di Milano


