Caso Ramy, carabinieri sotto assedio. La Procura di Milano ha nuovamente concluso le indagini preliminari in vista della richiesta di rinvio a giudizio per omicidio stradale nei confronti di Fares Bouzidi, conducente dello scooter, e del carabiniere alla guida dell’auto che per ultima stava partecipando all’inseguimento. L’indagine riguarda la morte di Ramy Elgaml, passeggero del TMax, deceduto in seguito all’impatto avvenuto al termine di una fuga di circa otto chilometri.
Nel provvedimento di chiusura compaiono anche altri sei militari, ai quali vengono contestate, con diverse ipotesi di reato, condotte di favoreggiamento e depistaggio. Le accuse fanno riferimento alla rimozione di filmati e file forniti da testimoni, alla trasmissione di informazioni non corrette ai magistrati e alla redazione di un verbale d’arresto ritenuto ideologicamente falso relativo alla contestazione di resistenza a Bouzidi. Questa imputazione riguarda anche il carabiniere che si trovava alla guida dell’auto coinvolta nell’incidente, a cui è inoltre attribuita la responsabilità di lesioni nei confronti dello stesso Bouzidi.
Nel nuovo sviluppo delle contestazioni, la Procura ribadisce a carico di Fares Bouzidi l’ipotesi di omicidio stradale, legata alla fuga ad alta velocità compiuta senza patente e caratterizzata, secondo gli accertamenti, da “picchi di velocità superiori ai 120 km/h” e tratti percorsi “in contromano”. La ricostruzione proposta dai pm descrive la manovra effettuata dallo scooter all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta: inizialmente una svolta verso sinistra, seguita da una “repentina ed improvvisa manovra a destra”, che avrebbe preceduto il contatto tra il lato posteriore destro del TMax e la “fascia anteriore del paraurti” dell’auto di servizio. L’urto avrebbe provocato la perdita di controllo del mezzo, la caduta e il successivo impatto di Ramy contro “il palo” del semaforo, oltre all’investimento da parte della vettura dei militari che aveva proseguito nella stessa direzione. Per Bouzidi vengono confermate le aggravanti relative alla guida senza patente e in senso contrario alla marcia.
La posizione del carabiniere alla guida resta al centro dell’attenzione investigativa. I pm gli attribuiscono di essersi mantenuto “ad una distanza estremamente ravvicinata” dal TMax, arrivando quasi ad “affiancarlo” e riducendo così le possibilità di evitare “l’urto” nel momento in cui lo scooter ha sterzato verso destra. La distanza “laterale” tra i mezzi, secondo gli atti, sarebbe stata di circa 80 centimetri. In base a questa dinamica, l’accusa ritiene che il militare abbia concorso nell’omicidio stradale, anche in considerazione della “lunga durata dell’inseguimento”. Al contempo, la stessa condotta viene collegata alle lesioni riportate da Bouzidi, giudicate guaribili in 40 giorni; su questo punto, però, l’imputazione riconosce “l’attenuante” secondo cui l’evento non sarebbe stato “conseguenza esclusiva” dell’azione del conducente della pattuglia. Restano inoltre confermate le accuse rivolte ad altri componenti dell’Arma per presunti tentativi di alterare le prove. Due militari avrebbero intimato al testimone oculare di “cancella immediatamente il video (…) adesso ti becchi una denuncia”, testimone che venne poi identificato soltanto grazie a una “trasmissione televisiva”. Un’ulteriore coppia di carabinieri è accusata di depistaggio per aver imposto a un altro teste “a cancellare” nove file “video”.
Tra i punti evidenziati dai pm milanesi Giancarla Serafini e Marco Cirigliano figura la contestazione di falso ideologico nei confronti dei quattro carabinieri che redassero il verbale di arresto di Fares Bouzidi, amico di Elgaml. Secondo l’accusa, nel documento non sarebbe stato riportato l’“urto tra i mezzi coinvolti”, ossia il contatto tra l’auto di servizio e lo scooter su cui viaggiava Bouzidi, e sarebbe stato invece indicato che il mezzo a due ruote era “scivolato”. Nel verbale, inoltre, non comparirebbe “la presenza del testimone oculare”, né la segnalazione dell’esistenza “di una dashcam personale” e di una “bodycam”, dispositivi che avrebbero registrato “l’intera” sequenza dell’inseguimento.
Il nuovo quadro accusatorio comprende anche i profili relativi alla dinamica del sinistro. In una fase precedente dell’inchiesta, la Procura – rilevando divergenze tra le proprie valutazioni tecniche e quelle degli inquirenti sulla condotta del militare alla guida – aveva chiesto al gip una perizia in incidente probatorio. L’istanza è stata respinta in due occasioni. Già nella prima chiusura d’indagine al carabiniere era stato contestato l’omicidio stradale in concorso con Bouzidi; ora gli viene attribuita anche l’ipotesi di lesioni ai danni di quest’ultimo, in seguito alla querela presentata dai suoi legali, Debora Piazza e Marco Romagnoli. Lo stesso militare, insieme ad altri tre colleghi, è inoltre chiamato a rispondere del presunto falso relativo al verbale di arresto. Con il nuovo avviso, la Procura si avvia a formulare la richiesta di rinvio a giudizio.
Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier Matteo Salvini: “Carabinieri a processo per la morte di Ramy? Un’altra richiesta assurda e vergognosa. Onore all’Arma e alle nostre forze dell’ordine! Riforma della giustizia? SÌ, grazie”. Ricordiamo che ieri la Procura di Milano ha ampliato il numero degli indagati nell’inchiesta sulla morte del giovane altri due carabinieri del nucleo radiomobile intervenuti quella notte sono stati iscritti nel registro, portando a sette il totale dei militari coinvolti nelle indagini. Per i due nuovi indagati la magistratura ipotizza due reati. Il primo riguarda presunte dichiarazioni non veritiere rese ai pm nel gennaio 2025, quando i carabinieri erano stati ascoltati come persone informate sui fatti relativi alla notte dell’incidente. Il secondo capo d’accusa è il falso ideologico in atto pubblico. Tale contestazione potrebbe riferirsi a parti del verbale d’arresto per resistenza a pubblico ufficiale redatto nei confronti di Vouzidi. In alternativa, l’ipotesi di falso potrebbe riguardare il verbale di sequestro del denaro e della collanina trovati addosso a Bouzidi dopo lo schianto.
Franco Lodige, 3 dicembre 2025
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