C’è una fotografia che a sinistra oggi nessuno vuole più guardare. Anzi: ce ne sono tante. Troppe. Quelle che ritraggono Mohammad Hannoun in compagnia di amministratori, parlamentari, attivisti, leader sindacali, pezzi interi della galassia progressista che per mesi ha riempito piazze, scioperi e cortei nel nome della causa palestinese. Oggi, dopo l’arresto del presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia con l’accusa di essere un finanziatore e un esponente di Hamas, quella foto diventa improvvisamente invisibile. Hannoun? Mai visto. Mai sentito. Uno sconosciuto capitato lì per caso.
È curioso, per non dire ipocrita. Perché mentre nessuno mette realmente in discussione l’impianto dell’inchiesta – una maxi indagine da oltre diecimila pagine che ricostruisce flussi per più di sette milioni di euro ritenuti destinati all’organizzazione terroristica che controllava Gaza ed è responsabile del pogrom del 7 ottobre – la sinistra politica si rifugia nella rimozione selettiva. Da una parte si invita a non “strumentalizzare”. Dall’altra si pretende di separare la “mela marcia” dal resto del movimento pro Pal, come se Hannoun fosse un corpo estraneo, un intruso capitato per sbaglio nelle loro iniziative.
Peccato che non fosse affatto così. Hannoun era una figura centrale, conosciuta, ascoltata. Le sue posizioni radicali contro Israele erano note, come noti erano i suoi legami con ambienti dell’estremismo islamico. E infatti, guarda caso, tutta la galassia militante – quella che non governa ma anima le piazze – non ha avuto alcun imbarazzo a schierarsi compatta al suo fianco. La Flotilla parla apertamente di repressione, l’Usb e le comunità palestinesi denunciano una criminalizzazione degli attivisti. Almeno sono coerenti: scelgono una linea e la difendono, anche contro la magistratura.
Il vero problema sta nel mezzo. Nei partiti che oggi fanno finta di cadere dal pero. Pd, Cinque Stelle, Avs: tutti pronti a dirsi garantisti, ma nessuno disposto ad ammettere l’ovvio, cioè che Hannoun non era un signor nessuno e che il movimento pro Pal che hanno coccolato e legittimato non nasce ieri.
In questo contesto si inserisce la reazione della sindaca di Genova Silvia Salis. Nessuno la accusa di nulla, sia chiaro. Nessuno sostiene che fosse consapevole di ciò che oggi contesta la magistratura, ci mancherebbe. E proprio per questo sorprende – quantomeno sorprende – il tono e soprattutto la minaccia di querela. La Salis scrive: “Avevo scelto il silenzio sulle indagini che hanno portato all’arresto di Mohammad Hannoun, con l’accusa di finanziamento ad Hamas, perché le inchieste non si commentano e si lascia lavorare la magistratura senza strumentalizzazioni politiche. Ma in queste ore sta circolando un racconto falso, costruito con fotomontaggi e insinuazioni, che ha superato la soglia della tollerabilità. Non sono mai andata in piazza con altri sindaci ad ascoltare Hannoun il 17 settembre. In quella giornata abbiamo partecipato per pochi minuti a una delle tante iniziative di Music for Peace, senza alcun contatto con Hannoun, né allora né in altre occasioni. Se lui ha parlato, lo ha fatto dopo che io e gli altri sindaci avevamo già lasciato la piazza. Querelerò chi diffonde notizie inventante e chiedo agli altri sindaci di seguirmi”.
E ancora: “Secondo la destra – scrive Salis – non avrei dovuto partecipare a manifestazioni di solidarietà a un popolo massacrato perché c’era anche lui, all’epoca sconosciuto ai più e per di più libero cittadino. Che cosa dovremmo dire, allora, di chi siede nelle aule istituzionali accanto a colleghi indagati anche per corruzione o che ha fatto parte di giunte sciolte anche a seguito di indagini della magistratura? Noi non siamo così. Se le accuse verranno confermate, sarà un danno enorme: per la popolazione palestinese; per chi, pensando di aiutare persone che morivano e soffrivano sotto le bombe, è stato ingannato a beneficio dei terroristi; per associazioni come Music for Peace, che non hanno nulla a che vedere con l’inchiesta e stanno facendo un lavoro straordinario di aiuto umanitario, con tonnellate di materiali che sono ancora bloccati in Giordania, in attesa di arrivare a destinazione”. E infine: “Non prenderò mai alcuna distanza – conclude Salis – da uno straordinario movimento di solidarietà per la popolazione palestinese nato a Genova e del quale sono profondamente orgogliosa”. Tutto legittimo. Ma proprio qui sta il punto politico. Nessuno chiede abiure o confessioni. Nessuno accusa i sindaci di complicità. Però è singolare che davanti a un’inchiesta di questa portata la prima reazione sia la querela, anziché una riflessione.
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E si torna alle foto. Perché di quelle foto, a sinistra, ce ne sono davvero tante. E non erano fotomontaggi. Chissà se ci sarà modo di affrontare il tema in un contraddittorio. Non parliamo della Salis in questo caso, ma di altri esponenti politici di rilievo, che da diverse ore o fanno finta di non avere i social oppure la buttano in caciara. Nel frattempo la magistratura va avanti. Gli interrogatori di garanzia iniziano a Marassi, Hannoun ha annunciato dichiarazioni spontanee, i suoi legali parlano di finanziamenti tracciabili e umanitari. Saranno i giudici a stabilire la verità. Ma una verità politica è già sotto gli occhi di tutti: il movimento che oggi si dice sorpreso è lo stesso che ieri applaudiva. E che oggi, improvvisamente, non riconosce più il volto con cui ha sorriso fino a poche settimane fa.
Franco Lodige, 30 dicembre 2025
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