Cronaca

“Dammi le sigarette o sparo”. Punta la pistola in faccia al prof

L'episodio avvenuto in una scuola di Modena, la pistola era finta ma continua la crescente delegittimazione dell'autorità scolastica

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Un professore è in classe. Sta facendo il suo lavoro. Come ogni giorno. Davanti a lui ci sono studenti, banchi, libri. La normalità di una scuola italiana. Poi uno studente gli punta una pistola alla tempia. «Dammi le sigarette o sparo». I compagni assistono alla scena. Qualcuno ride. Qualcuno filma. Il video finisce sui social. Solo dopo si scopre che l’arma era in realtà una riproduzione. Ma c’è un dettaglio che non dovrebbe sfuggire a nessuno: il professore non poteva saperlo. In quel momento si è trovato davanti a quella che appariva, a tutti gli effetti, come una pistola puntata alla testa. E questo, di per sé, basta a comprendere la gravità dell’accaduto.

Eppure, come ormai accade da anni, il dibattito rischia di prendere una strada già vista. Arrivano le spiegazioni sociologiche degli esperti, le analisi sul disagio giovanile, le riflessioni sulla crisi educativa, sui social network, sulle fragilità delle nuove generazioni. Tutti temi importanti. Reali. Ma c’è una differenza fondamentale tra capire e giustificare. Perché puntare un’arma, vera o apparentemente tale, contro un insegnante non è una bravata. Non è una goliardata. Non è neppure uno scherzo riuscito male. È un atto di intimidazione bello e buono. Ed è soprattutto il sintomo di una progressiva erosione dell’autorità scolastica che da troppo tempo fingiamo di non vedere. La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara il rispetto delle regole. Sempre più spesso diventa il luogo in cui le regole vengono sfidate, aggirate o apertamente ridicolizzate.

Gli insegnanti vengono insultati, minacciati, talvolta aggrediti. Le umiliazioni finiscono online e diventano contenuti da condividere. La figura del docente viene sistematicamente delegittimata, fino al punto che il rispetto non è più considerato un dovere, ma una concessione che gli studenti scelgono se e quando riconoscere. Ed è proprio qui che si annida il problema: ci stiamo abituando. Ci stiamo abituando a episodi che fino a pochi anni fa avrebbero sollevato un polverone, provocato uno scandalo nazionale. Ci stiamo abituando all’idea che chi educa debba quotidianamente difendersi da chi dovrebbe essere educato.

Ma cosa sarebbe successo se quella pistola fosse stata vera? La distanza tra la cronaca di oggi e la tragedia di domani può essere molto più labile di quanto, per comodità, ci imponiamo di credere. Un Paese serio non aspetta il sangue per indignarsi. Interviene prima. Reagisce con determinazione quando i limiti vengono superati, non quando è ormai troppo tardi.

Per questo non bastano le dichiarazioni di circostanza. Non bastano i comunicati indignati destinati a durare ventiquattr’ore, al massimo. Servono regole chiare. Servono sanzioni certe. Serve una tutela concreta per gli insegnanti. Serve, soprattutto, ristabilire un principio che dovrebbe essere ovvio ma che oggi appare quasi rivoluzionario: chi entra in una scuola deve sapere che il rispetto dell’autorità educativa non è un optional, né qualcosa di negoziabile.

Qualcuno, come sempre, minimizzerà. Dirà che la pistola era finta. Che, in fondo, nessuno si è fatto male. Che non bisogna drammatizzare. Che le reali responsabilità sono sempre da ricercare altrove. Ed è esattamente questo l’errore. Perché la pistola, è vero, era finta. Ma la minaccia era assolutamente reale. E ignorare segnali come questo significa scegliere consapevolmente di non vedere un problema enorme che abbiamo già da troppo tempo davanti agli occhi. Ma davvero stiamo aspettando il morto?

Salvatore di Bartolo, 14 giugno 2026

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