Il dibattito su dazi e protezionismo torna ciclicamente e puntuale come la cometa di Halley si ripresenta con passaggi regolari nel corso dei mutamenti delle diverse fasi storiche, politiche ed economiche. L’economia ci può dire i pro e i contro a seconda dei casi e delle epoche in cui ci si trova, ma è la politica che ci mette lo zampino del buon senso o della ottusità.
Il commercio internazionale dovrebbe prevedere reciprocità tra le parti, chiarezza di regole per l’armonizzazione fiscale e assenza di pratiche sleali. Nella realtà spesso si vedono politiche sbilanciate a favore di un paese (che potrebbe essere più bisognoso di sviluppo oppure semplicemente più “disonesto”), sovrapposizioni fiscali non armonizzate (un bene oggetto di imposizione fiscale nel paese di origine e anche nel paese di destinazione) e pratiche palesemente sleali quali il dumping (con sovvenzioni pubbliche che consentano pratiche di prezzi manipolati per le esportazioni). Da tutto ciò derivano provvedimenti protezionistici e dazi di diversa natura. Il dazio a scopo fiscale può assicurare un gettito addizionale al paese importatore, ma in questo caso non deve essere troppo alto da scoraggiare l’importazione. Il dazio a scopo protezionistico è invece introdotto proprio con l’intenzione di proteggere i prodotti nazionali e scoraggiare l’importazione dei beni esteri concorrenti.
L’economia ci dice che le restrizioni nel libero scambio portano nel medio/lungo periodo ad un peggioramento del progresso economico e delle condizioni del consumatore. Ma la politica spesso vorrebbe condizionare nel breve periodo i rapporti di scambio, senza badare troppo al futuro del povero consumatore. E per giunta, come diceva Claude Frédéric Bastiat “dove non passano le merci, passano gli eserciti”, ed è forse ancor più vero il reciproco, perché là dove i diversi paesi hanno scambiato le merci, maggiore è stato lo sviluppo vicendevole e minore l’interesse a combattersi.
Ma gli scambi richiedono chiarezza e neutralità, mentre la geopolitica segue altre logiche.
Scriveva Sergio Ricossa: “L’interminabile disputa tra i sostenitori del protezionismo e i sostenitori del libero scambio nasce dal voler ricorrere a principi generali in una materia dove invece contano soprattutto gli aspetti contingenti, ben calati nella realtà di un dato momento e di un dato luogo. Per la stessa ragione, non pochi fra i partecipanti alla disputa mostrano cambiamenti di opinione, pentimenti e imprecisioni di pensiero, e ciò quando i loro principi vengono a contrastare più rudemente con le esigenze storiche in cui incappano”. (Sergio Ricossa – Dizionario di economia – UTET 1998).
È importante considerare il contesto economico e politico contingente, tenere conto del fatto che le bilance commerciali dei diversi paesi si intrecciano tra di loro e convivono con trattati e accordi internazionali, all’interno dei quali i diversi paesi non si trovano tutti nelle stesse condizioni in merito alla possibilità di svincolarsi dal commercio con l’estero. A questi elementi si sommano anche gli effetti dovuti alle fluttuazioni nei cambi tra le valute.
Scriveva ancora Ricossa: “….come si vede, si scivola rapidamente in una casistica sterminata, la cui esplorazione completa è quasi impossibile, mentre è concessa una analisi approfondita quando ci troviamo di fronte non a tutto il campo dell’immaginabile, bensì a un paese particolare, in una data particolare. […] Si viene così a ribadire che il protezionismo, qualora non sia purificato con accordi internazionali, rischia di spingere verso ostilità tra paese e paese. Esso comunque trova i suoi più ferventi assertori fra coloro che non si pongono un mero problema economico di massimo benessere, e invece hanno in mente un problema di politica tout court, ovvero un problema di massima potenza nazionale. Questo spiega gran parte degli equivoci e dei malintesi tra i partecipanti al dibattito pro o contro il protezionismo, per o contro il libero scambio. Gli uni ragionano in termini politici, gli altri in termini economici. Al limite, se l’economia viene totalmente subordinata alle esigenze belliche della nazione, non si sfugge alla conclusione che essa trascuri del tutto il benessere dei consumatori, e dedichi ogni suo mezzo alla produzione bellica, rendendola inoltre immune da condizionamenti stranieri. All’inverso, si deve convenire che al fine del massimo benessere dei consumatori il libero scambio sia l’ideale, così come la più ampia divisione internazionale del lavoro”. [Ibid]
Ma le ragioni di stato e le aspirazioni di potenza nazionale non guardano necessariamente al benessere del consumatore, anzi spesso lo calpestano fino a sacrificarlo! In una spirale di mancanza di buon senso e di incapacità di gestire il compromesso che il libero scambio richiederebbe.
Ancora Ricossa, con parole di una attualità impressionante: “In quasi ogni tesi poco o tanto protezionistica è implicito o esplicito un riguardo per gli aspetti cari al nazionalismo, e cioè un sacro rispetto per la potenza della propria nazione. […]. E insomma, sebbene sia facile immaginare che le polemiche continueranno, troppi interessi disparati essendo in gioco ogni volta che si parla di tariffe doganali e altri argomenti simili, non pare improbabile che le persone in buona fede possano concordare su compromessi di buon senso nella maggior parte dei casi pratici”. [Ibid]
Persone in buona fede e compromessi di buon senso. Merce rara.
Fabrizio Bonali, 26 maggio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


