Abbiamo chiesto a Pasquale Griesi, Segretario FSP Polizia di Stato cosa sta succedendo, cosa pensa la gente che incontra in strada di quanto successo a Milano: la morte di Arachchilage Dona Chamila Wijesuriya e del suicidio di Emanuele De Maria, già condannato per un altro femminicidio compiuto nel 2016 eppure già libero di lavorare in un hotel a soli 7 anni dai fatti.
Un giovane cittadino mi ha mostrato il suo casellario giudiziale, i suoi carichi pendenti, e mi ha detto: “Sono letteralmente pulito, non ho mai commesso alcun reato. Perché allora un pregiudicato ha un ottimo lavoro stabile e ben retribuito e io non riesco a trovare lavoro?”. Mi chiede se il reinserimento nella società è una corsia preferenziale, una sorta di “raccomandazione”.
Sono anni, troppi, che continuiamo a preoccuparci dei delinquenti. La vera attenzione bisognerebbe porla sui cittadini onesti, quelli che fanno andare avanti la nostra Italia, che rispettano la legge e che fortunatamente sono la maggioranza. Bisognerebbe preoccuparsi di mettere in condizione di lavorare serenamente i poliziotti, dentro e fuori le carceri. Il sovraffollamento è un problema probabilmente mondiale e sono proprio gli agenti a fare in modo, nonostante tutto r con innumerevoli sacrifici, di mettere in atto tutto ciò che serve al principio della rieducazione della pena.
La verità è che il reinserimento nella società dei detenuti è utilizzato in maniera sistematica e massiva. Non c’è alcuna preclusione per l’accesso a misure alternative alla detenzione o a misure premiali. E ricordo che la Corte Costituzionale ha anche stabilito la possibilità di consumare rapporti sessuali con il proprio partner, visto che l’astensione è considerata lesiva della sfera dell’affettività. Non va dimenticato che chi è detenuto gode di una corsia preferenziale nei trattamenti sanitari al contrario di un qualunque cittadino che, se dovesse aver bisogno di un trattamento sanitario urgente, deve attendere. Non vedo dunque alcuna inumanità nelle nostre carceri.
Il problema è un altro. Ovvero che ormai la rieducazione e le premialità la fanno da padrone rispetto a quella che dovrebbe essere invece la retribuzione della pena, ovvero il fatto che un criminale finisce in carcere per espiare il male commesso. Una dimensione che purtroppo abbiamo completamente dimenticato. Non significa vendetta, ma la società esige che il condannato paghi per il male commesso.
La certezza della pena è fondamentale per la stabilità del patto sociale tra individui che vivono insieme secondo regole ben precise. La certezza della pena è senza ombra di dubbio il fine ultimo del grande lavoro posto in essere dalle forze dell’ordine per la prevenzione e la repressione dei reati. Noi continueremo a catturare i criminali. Ma i crimini devono essere stroncati all’interno delle aule dei Tribunali.
Pasquale Griesi, 14 maggio 2025
Le relazioni dal carcere: “Era un detenuto modello”. S’è visto
Emanuele De Maria, detenuto di 35 anni, si è reso protagonista di una spirale di violenza. Considerato l’autore dell’omicidio della collega Chamila Wijesuriya, ha anche accoltellato il collega Hani Nasr all’Hotel Berna. Poi, il 11 maggio, si è tolto la vita gettandosi dalle terrazze del Duomo. Gli eventi hanno sollevato dubbi sul sistema di sorveglianza dei detenuti e sulla concessione dei permessi premio.
Emanuele De Maria stava infatti scontando una condanna a 14 anni e 3 mesi per un omicidio commesso nel 2016 a Castel Volturno. Dopo soli 7 anni dal crimine e ad appena 5 dall’arresto (sì, per due anni si è dato latitante) è stato ritenuto idoneo a lavorare fuori dal carcere dalla mattina alla sera. Le relazioni, firmate da educatori e psicologi nel 2023 e nel 2024, descrivevano De Maria come una persona “equilibrata”, con “assenza di scompensi psichici”. Inoltre, risultava impegnato in attività come studi universitari e lavoro esterno presso un hotel di Milano. Nessuno aveva segnalato criticità fino al terribile crimine dello scorso fine settimana.
Secondo i documenti provenienti dal carcere di Bollate, De Maria era descritto come “totalmente equilibrato” e collaborativo. Le relazioni evidenziavano progressi personali e professionali, come il riconoscimento degli errori passati. Tra gli elementi positivi segnalati, c’era una “relazione affettiva” che si sarebbe sviluppata durante il lavoro in hotel. Tuttavia, questi giudizi si scontrano drammaticamente con gli eventi del weekend e aprono interrogativi importanti sulle valutazioni effettuate.
Indaga il ministero
Il pubblico ministero Francesco De Tommasi sta indagando attentamente sul caso, acquisendo le relazioni dal carcere e documenti dall’Hotel Berna. Gli inquirenti vogliono capire se ci siano stati segnali ignorati che avrebbero potuto prevenire la tragedia. Tra questi, si indaga su liti precedenti con il collega ferito e su eventuali segnalazioni trascurate. Inoltre, si cerca di ricostruire cosa sia accaduto nelle 48 ore in cui De Maria non ha fatto ritorno in carcere.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha avviato un’attività ispettiva, richiedendo dettagli sulle decisioni che hanno portato alla concessione del permesso di lavoro a De Maria. Anche i giudici hanno fornito spiegazioni, sottolineando che la decisione si basava su un percorso di reinserimento apparentemente positivo e privo di allarmi. Tuttavia, il caso ha acceso il dibattito sulle procedure di valutazione per il rilascio dei permessi premio a detenuti con un passato violento.
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