I diritti televisivi per la neonata “Serie A Women’s Cup”, annunciata in pompa magna come la competizione di vertice del calcio femminile nazionale, sono rimasti invenduti. Nessuna TV e nessun broadcaster hanno ritenuto economicamente valida l’offerta proposta dalla FIGC entro i tempi del bando (scaduto il 29 luglio).
A far scoppiare il caso è stata l’ex calciatrice oggi parlamentare europea pentastellata Carolina Morace, che ha denunciato su Instagram: “Invenduti i diritti tv della Serie A Women’s Cup: basta parole! Servono fatti!”. Risulta complesso capire cosa si intenda per “fatti”, visto che evidentemente la competizione non è appetibile sul mercato. Costringere in una logica da gran bazar le emittenti che acquistano i pacchetti della serie A maschile ad acquistare anche quelli della serie A femminile? Accroccare qualche bonus pubblico così per far contenti tuttə? Mistero della fede. Ma la realtà è evidente: la logica economica ha parlato. Fredda, cinica, bastarda com’è. La Women’s Cup era lì ma non ha trovato acquirenti.
E chi si scandalizza dovrebbe ormai sapere che il concetto di “parità” può e deve essere un principio morale, ma non sarà mai un principio economico. Eppure in questi giorni, tra comunicati degli addetti al settore, editorialini indignati e post lapidari su Instagram, è tornato anche il classico tormentone: “Perché le calciatrici guadagnano meno dei calciatori?”. Una domanda che ignora un dettaglio basilare: i soldi non nascono nei centri sportivi e nella parità di genere, ma nei bilanci delle emittenti, degli sponsor, delle aziende che pagano per avere visibilità. Se quella visibilità non c’è, l’aumento di salario non si firma.
E siccome la più sfigata partita di Serie A ha un engagement e una cornice di pubblico largamente più ampia rispetto al big match di calcio femminile, forse non è colpa della “scarsa promozione” o della “discriminazione sistemica”. È che la gente, semplicemente, guarda quello che preferisce. La federazione italiana curling non si indigna perché è seguita da un pubblico più ristretto rispetto al calcio. Perché le calciatrici dovrebbero pretendere un salario pari a quello dei calciatori se hanno una visibilità e un volume d’affari ridicolmente più basso?
È il libero mercato, bellezza: il frutto di un equilibrio fra pubblico, sponsor e risultati. Cristiano Ronaldo beve uno specifico energy drink e genera sponsorizzazioni a cinque zeri. Poi c’è Alisha Lehman che gioca 15 minuti all’europeo, va in giro con il bodyguard e vista l’indole e la qualità espressa verrà sempre (persino dalle squadre in cui milita) valutata più come un’influencer che come una sportiva, e in ogni caso mai ai livelli dei suoi colleghi maschietti. È un dato, non una colpa.
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E allora? Il calcio femminile va lasciato morire? No. Ma va trattato per quello che è oggi, non per quello che vorremmo che fosse. Ben venga costruire, investire, migliorare il prodotto nel tentativo di incrementare il suo volume economico. Ma pretendere che abbia già il valore di quello maschile per principio è ridicolo, un po’ come è ridicolo aver pareggiato i premi degli Slam di tennis fra tennisti e tenniste per evitare polemiche, quando il livello del tennis femminile è ad oggi sconcertante e viene visto quasi per pietà da chi compra l’abbonamento completo per le due settimane del torneo. Al calcio femminile serve pubblico, storie, rivalità, coinvolgimento e anche tempo.
E pensare di avere in casa il corrispettivo della nazionale maschile solo per un paio di partite dell’europeo guardate da un po’ di gente, in una parentesi estiva senza Olimpiadi, senza mondiali, senza la sagra del tiro della caciotta della Sila, è un bias che lascia il tempo che trova.
Alessandro Bonelli, 4 agosto 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


