Cronaca

“Disprezzo e abuso”. Le incredibili accuse dell’amico di Ramy ai carabinieri

Fares Bouzidi ha presentato ricorso contro la sentenza per resistenza a pubblico ufficiale e ha puntato il dito contro gli agenti

fares rami carabinieri
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Quando si parla di forze dell’ordine, ormai sembra quasi un riflesso automatico: qualunque intervento finisce sotto accusa, mentre chi scappa, non si ferma all’alt, guida senza patente e mette in pericolo mezzo quartiere diventa, per magia, una vittima da difendere. L’ultimo caso arriva da Milano, dove i legali di Fares Bouzidi hanno deciso di attaccare frontalmente i carabinieri coinvolti nell’inseguimento che portò alla morte di Ramy Elgaml, 19 anni, lo scorso 24 novembre 2024.

Nel loro atto d’appello, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli parlano di “espressioni utilizzate” dai militari “durante l’inseguimento”, registrate dalle videocamere di bordo, che secondo loro rivelerebbero “un atteggiamento di disprezzo e sopruso incompatibile con il corretto esercizio della funzione pubblica” e una condotta “improntata a prepotenza e tracotanza, palesemente sproporzionata rispetto alle finalità perseguite”. Fraseggio forte, certo. Ma che viene sbandierato ignorando totalmente ciò che stava accadendo: otto chilometri di fuga a tutto gas, in città, su uno scooter guidato da un 22enne che “senza aver conseguito la patente” ha pensato bene di accelerare invece di fermarsi.

La condanna a Bouzidi – 2 anni e 8 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, emessa a giugno dal gup Fabrizio Filice – non deve essere piaciuta alla difesa, che ora chiede addirittura “la non punibilità” del ragazzo. Perché? Perché i carabinieri avrebbero provocato “il fatto” superando, dicono, i limiti delle loro attribuzioni. E per sostenere questa tesi tirano fuori alcuni sfoghi registrati in auto: “vaff…. non è caduto”, “speriamo si schiantino sti pezzi di mer..”, “chiudilo chiudilo che cade”. Frasi sicuramente infelici, ma che chiunque conosca la tensione di un inseguimento può comprendere senza troppi sforzi. Non esattamente una prova di abuso, quanto piuttosto l’effetto dell’adrenalina nel tentativo – doveroso – di fermare due persone che stavano mettendo in pericolo se stessi e gli altri.

Intanto Bouzidi rimane indagato per omicidio stradale insieme al carabiniere che guidava l’ultima pattuglia. Ed è una vergogna. Indagini chiuse, perizie richieste e respinte due volte, e ora la Procura dovrà decidere se mandare entrambi a processo. Un paradosso tutto italiano: chi deve far rispettare la legge si ritrova, puntualmente, sul banco degli imputati al pari di chi la legge l’ha platealmente violata.

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E non finisce qui. La difesa insiste sul fatto che fosse “pacifico” che i militari avessero “ecceduto i limiti”, perché la targa dello scooter era già stata identificata. Dunque, dicono, l’inseguimento andava interrotto. Come se fosse normale lasciar scappare qualcuno che fugge a folle velocità, confidando che poi si presenti spontaneamente a farsene contestare “le successive contestazioni di rito”. Una visione un po’ ingenua — per non dire altro — del lavoro quotidiano delle forze dell’ordine.

Il giudice, non a caso, nella sentenza ha ricordato che la condotta di Bouzidi era “esclusivamente qualificabile” come “illegale e antidoverosa” e che gli agenti avevano “il dovere istituzionale di dare corso all’inseguimento”. Anzi, è considerato “perfettamente concepibile” che, vedendo una fuga tanto ostinata, gli operanti abbiano immaginato motivazioni più gravi di quelle poi emerse.

Ecco il punto: lo Stato non può permettersi di arretrare ogni volta che qualcuno decide di ignorare una pattuglia e lanciarsi in una corsa pericolosissima. Se chi scappa diventa automaticamente innocente e chi interviene automaticamente colpevole, allora non è solo la sicurezza a vacillare: è l’idea stessa di legalità.

Franco Lodige, 17 novembre 2025

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