Qui al Bar, nessuno dimenticherà il video, oggi straziante, insostenibile, di Domenico che trotterellava con la gioia della sua età, due anni. E non c’è più. Domenico non c’è più. Appeso alle macchine, ha resistito qualche ora. Piccolo martire, piccolo guerriero, piccolo eroe.
Ma Domenico non era niente di tutto questo, era un bambino nato “difettoso”, che aspettava una vita nuova. E gli hanno messo il cuore in una scatola e lo hanno condannato. Nessuno può nemmeno arrivare a sospettare la pena di due genitori che lo portano in ospedale nel sorriso di una speranza di un nuovo cuore, una nuova vita, forte, sana. Normale. E invece lo stanno portando alla morte, e non lo sanno, e non è colpa loro. Arriva quel cuore, ma è già spaccato. Spacciato. La catena delle responsabilità è lunga, spessa, oscena, ma l’Ordine dei Medici ha già cominciato la solita manfrina: non si criminalizzi il sistema sanitario.
Non ha senso, è anche di un cinismo rivoltante, ma gli ordini professionali in Italia servono sempre a proteggere gli iscritti più malandrini o mascalzoni. Adesso è troppo chiedere che i responsabili di questo piccolo immenso scempio paghino e paghino caro, tutto? Con la galera e con la radiazione? O non è abbastanza garantista? Non lo è immedesimarsi, ammesso sia possibile, in quel piccolino che caracollava e non c’è più?
In quella madre che adesso quasi farnetica, vuole fare una fondazione, vuole giustizia, vuole non sa neppure lei cosa? La “risarciranno”, con cosa? Un tour televisivo? Un libro, una candidatura? Un ruolo da coscienza pubblica? Ed è già fondato, non prendiamoci in giro, il sospetto che, alla fine, volino gli stracci, le polemiche, i fascicoli e non paghi sul serio nessuno. Il cuore nel ghiaccio, il ghiaccio nel cuore. Ma qui al Bar non dimenticheremo il sorriso di Domenico, il suo trotterellare verso una vita che volava via.
Il Barista, 23 febbraio 2026
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