Qui al bar crediamo nelle coincidenze esoteriche. Tutte e due Salis; tutte e due donne (se non si offendono); tutte e due lanciatrici del martello in disciplina diverse; tutte e due qualche problema immobiliare. Sarà il cognome. Le prodezze occupatorie dell’eurodeputata, la Ilaler, sono rinomate in tutto il mondo, è un’eccellenza italiana, come il parmigiano. L’altra, la più sofisticata Silvia, meno ruspante, anzi patinatissima sindaca di Genova per noi, con quella faccia un po’ così, la copertina un po’ così, che abbiamo noi, che siam dirette da Renzi, pare destinata a eclissare l’omonima imponendosi nella leadership di sinistra (è stata appena investita della missione salvifica dalla borghesia progressista meneghina, la peggiore dell’universo secondo Indro Montanelli, che non ne può più della sciagurata sardina bolognese), senonché le si ritorcono contro dinamiche quasi surreali: il Coni sotto la Lanterna solleva criticità, insomma batte cassa col Comune. Curioso: la dimora sportiva della sindaca contro la sua sindaca, ex atleta. Che attende un annunciato documento unitario, di quelli che mettono in fila le lamentele ad ampio spettro, impianti, organizzazione, rapporti con gli uffici comunali, cambiamenti climatici, quello e quell’altro, ma stringi stringi si risolve sempre tutto in una cosa: palanche. Orrore, poi da una che governa la città più spilorcia del mondo (non è vero, è uno stupidissimo luogo comune risalente alle Repubbliche Marinare, quando “Zena” si distingueva se mai per cautela e sagacia commerciale, ma tant’è, le vecchie leggende sono dure a morire). Da parte sua, la monzese Ilaler rilancia con la potenza dei suoi trascorsi, che non trascorrono mai: ricordate (ma certo che la ricordate, è moneta corrente di questi giorni) la storia dei due collaboratori silurati senza giusta causa, che le hanno fatto causa, vincendola (in primo grado) e spuntando un volgarissimo, capitalistico risarcimento di 300mila? Bene, sta finendo in vacca, proprio alla comunista. Perché la nostra nuova “lei non sa chi sono io” per non sborsare addurrebbe l’esistenza in capo agli (ex) inferiori di un palazzo di famiglia nella lussuosa Venezia, tra Rialto e Canal Grande, la Ca’ Dadda, roba da siuri come direbbe Alan Ford, 1500 a notte minimo e accesso solo con carta elettronica alla faccia del contante. Da cui un dilemma veramente comunista: ma è più dritto chi scoprendo che sei ricco, non ti vuole pagare? O chi ha taciuto di essere ricco per farsi pagare? Ai compagni l’ardua sentenza, comunque questo dimostra anzi conferma alcune cose. La prima è che i comunisti tirano a fregarti sempre, l’istinto ce l’hanno nel sangue, tirano a fregarsi anche tra di loro. La seconda è che più uno è comunista e più è ricco. La terza è che nessuno è così avidamente attaccato ai soldi come un comunista. La quarta è che il comunismo, falsa religione della giustizia sociale, è in realtà il più formidabile alibi per l’ingiustizia legale a memoria di proletario. Ah, sei ricco di tuo: non ti pago. Però qui al bar, se ci beviamo parecchi caffè, non ci beviamo le frottole salisiane. E sappiamo benissimo dove vuole arrivare la Salis brianzola. Ad occupare la “casa” sportiva (non ditele che è una metafora) della Salis genovese, e, perché no? Anche tutti gli appartamenti di lusso della sontuosa Ca’ Dadda. Altro che l’amico nella suite a 5 stelle, questo sì che sarebbe un orgasmo impareggiabile. Ti conosco, mascherina…
Il Barista
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