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E Di Maio si trasformò in Moscovici

Avete notato anche voi la trasformazione di Luigi Di Maio? Lui, Giggino da Pomigliano d’Arco, l’alfiere del reddito di cittadinanza, quello che pur di distribuire la più grande mancia della storia repubblicana intimava al povero Tria “un ministro serio i soldi li deve trovare!”, l’uomo che ha portato il concetto di assistenzialismo a stadi di cui perfino Paolo Cirino Pomicino ignorava l’esistenza. Ebbene, da un po’ di tempo ha fatto perdere le proprie tracce. Precisamente, da quando il tema dominante dell’agenda politica è diventata la flat tax, la promessa elettorale dell’altra metà del cielo governativo, quella leghista.

Al suo posto, al Ministero dello Sviluppo Economico è approdato un rigido difensore dell’austerità contabile, un grand commis sobrio e para-montiano religiosamente devoto alla tenuta dei bilanci pubblici, un uomo di decimali e di rigore, una sorta di fusione tra Moscovici e Dombrovskis. Che ha solo una domanda da reiterare maniacalmente all’infinito: dove sono le “coperture”? “Per me si può fare anche domani mattina, ma la Lega ci deve dire quali sono le coperture per la flat tax“. “Non è il caso di giocare a nascondino con i 15 miliardi per fare la flat tax, non devono dirlo a Di Maio dove li trovano, ma a tutti gli italiani”. “Spero che siano 15 miliardi freschi, di risorse che non tolgono nulla agli italiani”. Al confronto, Juncker è un bonaccione di manica larga.

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