Società

E fatevi una risata

A Latina lo striscione per la festa delle donne: "Vi abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato". E tutti a dire "choc"

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Sancita ufficialmente da Mattarella, uno al quale sommessamente consiglieremmo di uscire un po’ dal guscio forzando quella sua proverbiale riservatezza, anche in una prospettiva di carriera futura, fiorisce la Giornata della Mimosa, consacrata alle Donne: vere, percepite, a piazèr. Svolazzano le solite prese di coscienza, inedite, originalissime: la battaglia non è vinta, bisogna lottare ancora (come diceva Asia Argento alle prese con Weinstein), c’è troppa discriminazione, il mondo in rosa, la donna Rosa (come cantava Pippo Baudo), fioriscono chiamate alle armi di tutte le sfumature di rosa, da Big Mama dai Caraibi a Big Lella al referendum. A Milano, alla fabbrica del Vapore, appropriatamente han fatto un museo, altrettanto appropriatamente, sul femminismo antipatriarcale dove se la prendono, chissà perché, con Federico Rampini (e Bruno Vespa). Testimonial della Giornata della Donna, alquanto misteriosamente, un uomo: Gino Cecchettin. E insomma in una tormenta rosa di tormentati luoghi comuni, fra tante gente rosa, una cosa bella: uno “striscione choc” a Latina: “Donna: quanto t’abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato”. In rima bacièta, disgrazièti maledètti. A tutta prima, si potrebbe pensare alla mano di qualche collettivo transfemminista, tipo Non una di meno (ma anche meno non una di più: anche meno, grazie), non per altro ma perché pare vergato, con la verga, dagli ayatollah assurti a nuovi idoli della sinistra movimentista e antagonista. Ma più probabilmente è solo una goliardata reazionaria, Latina, del resto, è città tradizionalmente fascista, la mise su il duce. Dio, che choc.

Altro choc, proprio nel giorno delle donne, la certificazione trumpiana per donna G come Giorgia: “È mia amica, l’Italia cerca sempre di aiutare”. Tié, serviti quelli ossessionati dal chiamarla in Parlamento, che se dovesse andarci tutte le volte che la premiata ditta Bonelli&Fratoianni la invoca, povera donna G, non riuscirebbe neanche più a lavarsi i denti la mattina, le conviene installare una brandina a Montecitorio. Ora, concediamo che il livello politico sia in generale molto modesto, per andar di eufemismo, ma di una cosa va dato atto: non sono mai stati tempi così incasinati e fanatici, si tende a risolver tutto con la scure più che il rasoio di Occam, o sei di qua o sei di là, con relativi furori: e i politici, sensibilissimi agli umori popolari, che oggi viaggiano in rete, si regolano.

Nel dettaglio, che dovrebbe fare la Meloni se non barcamenarsi? Tenere conto delle logiche globali per un premier non è un’opzione, il peso dell’America resta decisivo, staccarsene non è contemplato, si può solo cercare di cavarsela, tanto più con un tipo come il Donald scatenato in un contesto di guerra: e bisogna dire che la presidente del Consiglio se la sta cavando, e ce la sta cavando, coi minori danni possibili. Insistere come fa la sinistra da carretto con la sudditanza americana è al limite della coglionaggine: meglio essere amici di Trump o di Khamenei, compagne? E rispondere “né-né” non è una opzione, è cialtronaggine.

Ancora una cosa, anzi una esegesi, tornando a bomba: “Donna: quanto t’abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato”. Può sembrare una arroganza becera e perfino criminale, ma, ad essere logici, il significato è l’opposto: ai tempi del patriarcato comandavano le donne, particolarmente in casa. L’uomo abbaiava, la donna decideva. L’uomo faceva il forte, la donna era forte. E le donne lo sapevano, e non si lamentavano. Poi, che molte cose restassero da rimettere in ordine, nessuno lo nega. Ma a questo punto, fingere che non siano state abbondantemente corrette, insistere sulla disuguaglianza punitiva ha il solo sapore possibile del business, delle carrierine di troppe nullità in politica retorica, nell’arte povera, nel giornalismo parolaio, nell’intellettualismo verboso.

Abbiamo raccontato delle risacche nei più giovani, che, non troppo misteriosamente, tendono a rifluire verso un modello di famiglia, e di coppia, più “tradizionale”: l’uomo “forte”, che ha l’ultima parola (mentre la donna ha tutte le altre, compreso il posticipo), la femmina che cerca un maschio non più celenterato che le dia sempre ragione, che pretenda di “allattare” lui i bambini”: è nient’altro che la fisiologica nostalgia canaglia di un ordine completamente perduto, dove ci si possa orientare, dove ci sia meno percezione e più realtà, con le conseguenti assunzioni di responsabilità; ecco, a noi piace pensare che quello striscione a Latina, porca città, volesse, in fondo, dire proprio questo: non che si stava meglio quando si stava peggio, ma che si stava bene quando non si stava male come adesso. Che scoppiamo di parole inclusive ma non siamo mai stati così escludenti. Che ci ammantiamo di valori tutti traditi tranne uno: il valore monerario, la visibilità da spendere in carriera, la logica del “bravo lui che ce l’ha fatta”, non importa come. Il Vello d’oro.

Lo sanno tutti, che non c’è mai stata una età matriarcale come il patriarcato. Tutto il resto sono parole, parole, parole, vane, viscide, falsissime. Viva il patriarcato matriarcale, viva le donne vere, non percepite e non pallose.

P. S. Democraticamente, lo striscione appena srotolato è stato reimpacchettato, quasi in tempo reale, sostituto con un altro: “Il patriarcato esisterà finché lo accetterete”. Che noia che barba femminista che noia. Era meglio l’altro, faceva più ridere.

Max Del Papa, 8 marzo 2026

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