Cronaca

È folle indagare i carabinieri a cui lo Stato fornisce il taser

Cinque militari sotto inchiesta per aver usato lo strumento che lo stesso Stato gli ha messo in mano. “Atto dovuto”? No, atto di sfiducia

carabinieri taser Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Partiamo dalla cronaca. Cinque carabinieri finiscono iscritti nel registro degli indagati dopo la morte di un uomo di 35 anni a Napoli. È accaduto il 6 ottobre, nel quartiere Chiaia, dove i militari erano intervenuti per sedare una violenta lite domestica. L’uomo, praticamente nudo e in evidente stato di alterazione, ha resistito con forza ai tentativi di bloccarlo. Prima lo spray al peperoncino — inutile. Poi, come estrema misura, il taser. Subito dopo l’uomo si è accasciato, è stato soccorso e portato via in ambulanza, ma è deceduto durante il tragitto.

Da qui l’apertura dell’inchiesta. La Procura di Napoli ipotizza eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, e i cinque militari vengono formalmente indagati. “Atto dovuto”, si affrettano a precisare gli inquirenti: serve per permettere ai carabinieri di nominare periti e presenziare agli atti irripetibili, come l’autopsia fissata per martedì mattina. Niente accusa, dunque, ma semplice procedura. Giusto, dirà qualcuno. Ma la domanda resta: com’è possibile che lo Stato da un lato fornisca ai suoi uomini il taser, e dall’altro li metta sotto inchiesta quando lo usano?

Siamo al paradosso. Si consegna un’arma non letale alle forze dell’ordine — dopo anni di discussioni, protocolli, corsi e regolamenti — e poi, alla prima occasione in cui viene usata, scatta l’indagine. Certo, la morte di un uomo è sempre una tragedia. Ma un conto è accertare la verità, un altro è mandare un messaggio devastante a chi ogni giorno rischia la vita per mantenere l’ordine. Perché chi indossa una divisa lo capisce bene: ogni volta che dovrà intervenire, penserà duecento volte prima di toccare il taser. E forse la prossima volta, per paura di finire sotto inchiesta, non lo userà nemmeno. Con buona pace della sicurezza pubblica — e magari con un collega ferito in più.

Perchè non possiamo e non dobbiamo dimenticare determinati dettagli. La sperimentazione del taser è iniziata nel 2018, esattamente sette anni fa. E badate bene: è stata estremamente approfondita sia dal punto di vista tecnico-operativo, sia dal punto di vista sanitario. Basti pensare che l’uso del taser è stato sottoposto anche all’Istituto Superiore di Sanità per verificare se fosse in linea con gli standard di tutela della vita umana. I numeri poi non lasciano grandi margini di interpretazione: migliaia di interventi in sicurezza su tutto il territorio nazionale, con centinaia di feriti in meno tra i soggetti fermati e tra gli agenti grazie proprio alla pistola elettrica, fondamentale anche solo come strumento di deterrenza.

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“Noi stiamo coi carabinieri”, ha dichiarato Matteo Salvini, vicepremier e segretario della Lega. Una frase semplice, che però suona come un grido nel deserto. Perché al di là delle dichiarazioni di rito, ciò che serve davvero è una presa di posizione politica chiara: difendere chi difende. Gli agenti non possono vivere nell’incubo dell’indagine preventiva. Se lo Stato li dota di un’arma come il taser, deve anche assumersi la responsabilità di proteggerli quando la usano secondo protocollo.

L’inchiesta seguirà il suo corso, come è giusto. L’autopsia stabilirà se la scarica elettrica sia stata davvero la causa della morte, o se c’entrino altre condizioni. Ma la questione è più profonda. È culturale. È il sintomo di un Paese che non si fida più dei suoi uomini in divisa. In un’Italia dove chi agisce per dovere rischia più di chi delinque, non stupiamoci se le forze dell’ordine finiscono per esitare, per frenarsi, per guardarsi le spalle invece di guardare avanti. E allora sì, è un “atto dovuto”. Ma è anche, inevitabilmente, un atto di sfiducia.

Franco Lodige, 12 ottobre 2025

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